Si
infittisce il mistero sulla morte dell'avvocato
milanese vittima nella notte fra il due e il tre
agosto scorso in un incidente che gli ha causato
traumi tanto gravi da rendere inutile la corsa
dell'ambulanza all'ospedale. Dubbi permangono
sulla dinamica dell'accaduto. In un primo momento,
la ragazza che era con lui quella notte, aveva
dichiarato che lei e l'avvocato erano rimasti
vittime di un pirata della strada. Dalle indagini
sarebbe però emersa una incompatibilità
tra le ferite riportate dalla vittima e la ricostruzione
fornita dalla ragazza. Pare sia stata proprio
la moglie dell'avvocato, che è medico,
a rilevare e sottopone agli inquirenti l'incongruenza
fra la supposta dinamica e il fatto che le gambe
del marito fossero rimaste illese nell'urto. Al
sollecito intervento della moglie, ha fatto seguito
un sopralluogo della Squadra mobile della Questura
al comando del Vice-questore Monica che, pur trincerandosi
dietro uno strettissimo no comment, non ha potuto
negare che l'intervento dei suoi uomini ha rilevato
il cedimento di un parapetto in legno sovrastante
un muro alto circa quattro metri, poco distante
dalla vettura a bordo della quale i paramedici
hanno rinvenuto il cadavere dell'avvocato, che
potrebbe quindi essere morto cadendo dalla staccionata
pericolante. Il Capo della Squadra mobile Monica,
non lascia trapelare nulla sul corso delle indagini
e sui retroscena della vicenda, anche se pare
sia già stato fermato il fidanzato della
ragazza per accertamenti. Del resto Monica, giovane
vicequestore promosso sul campo in occasione di
una missione in cui disarmò a mani nude
un rapinatore in un supermercato, riportando la
frattura dello zigomo per un colpo inferto dallo
stesso rapinatore col caricatore della pistola,
è famosa per essere investigatore caparbio
e poco incline alla pubblicità della sua
persona e del suo lavoro. Tanto non le dico un
cazzo, a quella troia di giornalista. La storia
della rapina è tutta vera, venne anche
a farmi visita in ospedale il ministro degli Interni.
Il primo caso che ho seguito, tutti mi dicevano
che ero scemo. Tutti mi dicevano tutti i giorni
che ero scemo, che facevo l'ispettore appena assunto
solo perché avevo il pezzo di carta, che
tanto, siccome non avevo fatto la scuola di Polizia,
il capo della Polizia non lo avrei potuto fare
mai.
Staremo a vedere. Il primo caso che ho seguito,
c'erano diciannnove morti fra biscazzieri, prostitute
e donne sole sui treni, sparsi per tutta la regione.
Poi una vecchietta era venuta a dire che il suo
vicino di sopra parlando da solo la notte teorizzava
i delitti. Nessuno voleva crederle, soprattutto
da quando si era scoperto che aveva fatto causa
al vicino per questioni di condominio. Nessuno
voleva crederle, tranne me. Comunque alla fine
era stato lui. Fui io personalmente a rubare la
tazzina da cui aveva bevuto il caffé per
prelevare il DNA. E molti dovettero cominciare
a dire che ero un cretino di nascosto. Ho trentanove
anni e sono il capo della Squadra Mobile più
giovane di tutte le dieci questure più
importanti d'Italia. Alcuni continuano nonostante
tutto a dire che sono un cretino, che avrebbero
voluto vedermi negli anni di piombo, che allora
si. Allora no, allora facevo le elementari. Non
è un reato. Questa storia stronza qui,
è un caso del cazzo. Il morto è
morto. Il morto è caduto di sotto. Ce l'hanno
buttato. Ce l'ha buttato il fidanzato della ragazza
e poi l'ha riportato su. Monica massaggia i glutei
della ragazza stesa sulla sua scrivania, compone
delle circonferenze tenendoli da sotto, comprimendoli
lungo la curva che li divide e poi spingendoli
verso l'esterno e poi di nuovo vicini. La ragazza
si rilassa.
«Non sei una santa, è chiaro, ma
non puoi certo averlo ammazzato tu. Eri tesa,
stanca e spaventata.»
Intuendo che la ragazza sta per confessare, l'agente
addetto al verbale si alza in silenzio rasente
il muro, tiene una sigaretta tra le dita rivolta
verso l'alto, la indica con l'indice dell'altra
mano e scivola via. Monica prende il filo del
tanga fra le dita lungo i fianchi della ragazza,
ce le attorciglia un paio di volte e tira leggermente.
La ragazza geme piano. Glielo sfila e lo lascia
appeso a una caviglia. Poi riprende a massaggiarla,
disegnando cerchi più ampi.
«Potresti averlo spinto di sotto, magari
anche senza volere. Ma non avresti mai potuto
riportarlo in macchina. Era troppo grosso e pesante.»
Monica libera il cazzo dai pantaloni e sale in
ginocchio sulla scrivania. Passa le mani sotto
i fianchi della ragazza, le solleva leggermente
il bacino e le allarga le labbra. Scivola dentro
di lei, che sta chiaramente per confessare. Si
appoggia sui gomiti e la scopa lentamente.
«Per cui io credo che tu non fossi sola
con lui. Credo che qualcuno sia arrivato e lo
abbia spinto di sotto. Per esempio il tuo fidanzato.
Forse hai rischiato di finire di sotto anche tu.
Forse eri in ginocchio e così si spiegano
le escoriazioni che hai sotto le ginocchia.»
Il corpo della ragazza ondeggia come sospinto
dal corso logico dei pensieri di Monica. È
abbandonata ma segue l'ipnotico ritmo del cazzo
del Vicequestore.
«Poi il tuo fidanzato l'ha preso e l'ha
portato in macchina. Fortunatamente non ti ha
picchiata. Ma ti ha convinta che sei una puttana
e che era colpa tua. Forse ti ha costretta a un
rapporto contro la tua volontà. Forse le
escoriazioni te le sei fatte così.»
La ragazza geme come una cantilena.
«E poi ti ha detto che dovevi restare lì
e chiamare i soccorsi, perché ti avevano
visto assieme alla vittima. Tu eri sconvolta e
allora prima ha dovuto farti passare la sbronza,
sennò rischiava che facessi un bordello
e lo accusassi.»
A ogni colpo la cantilena del gemito della ragazza
sembra sempre più chiaramente un si.
Monica sa di essere vicino alla soluzione del
caso e accelera gli eventi. E affonda più
profondamente. A quel punto la ragazza urla e
scoppia a piangere. L'agente addetto al verbale
alza la testa dalla macchina da scrivere e guarda
perplesso Monica. Quell'urlo ha squarciato la
linea risoluta e penetrante della ricostruzione
del caso. Monica si alza di scatto dalla sedia,
si lancia oltre la scrivania e va verso la sedia
su cui è seduta la ragazza.
«Santo cielo ma cosa urla, sembra che la
stiano scannando. Se non si calma chiamo il medico.
Daniele, porta dell'acqua.»
«Non lo so, non lo so come ho fatto a riportarlo
su, ma ero sola. E poi forse sono svenuta. O forse
ci ha riportato su qualcuno. Ma ero sola, ero
sola.»
Per calmare la ragazza c'è voluto un sedativo.
Questa volta la ragazza è regolarmente
seduta sulla sedia, ma si è tolta il tanga
da sola.
«Riprendiamo, signorina. E si ricordi che
la situazione è molto seria e richiede
la massima concentrazione da parte sua. È
fondamentale per ricostruire gli eventi, si renderà
conto che ne va della sua posizione.»
La ragazza si alza lentamente la gonna. Sbircia
con la coda dell'occhio l'agente addetto al verbale.
E dice a Monica:
«Me lo dai di nuovo?»
Monica guarda preoccupato l'agente, che però
è chino sul Codice Civile e ha le cuffie
del walkman nelle orecchie. La ragazza gli mostra
la fica. Questa volta è rasata.
Monica incalza: «La prego di tenere un contegno
dignitoso o la faccio sbattere dentro».
La ragazza si siede composta, e recita come una
scolaretta:
«Per favore, con tutto il rispetto, me lo
sbatta dentro lei, signor Vicequestore».
Monica fa finta di niente.
«Dalle analisi che sono state eseguite sul
suo sangue al momento del ricovero, signorina,
risulta chiaramente che il tasso alcolico, assieme
alla sua costituzione minuta, non le avrebbe consentito
di trasportare il corpo da sola, ma non giustifica
la presunta amnesia con cui spiega quelle sei
ore trascorse fra l'incidente, ammesso che si
tratti di incidente, e la sua chiamata al 118.»
La ragazza si strofina il lecca lecca nella scollatura:
«Se continui a rompermi e non lo tiri fuori
mi metto di nuovo a urlare e te lo stacco a morsi».
Daniele alza la testa dalla macchina da scrivere,
senza le cuffie:
«Verbalizzo le testuali parole: "Non
ricordo nulla dal momento della caduta fino all'arrivo
del 118"?».
La ragazza si sta premendo il batuffolo di cotone
sul foro dell'endovenosa di Valium.
«Verbalizza.»
A rapporto dal giudice, Monica è tesa e
scocciata. «La ragazza è tutt'ora
scossa e la sua deposizione è lacunosa,
signor giudice.»
«Ciò non toglie che tutto fa ritenere
che in un modo o nell'altro sia stata lei a spingerlo
di sotto. Forse si è trattato di un incidente,
ma dai referti medici risulta che l'indiziata
è in grado di intendere, volere e spiegare
come sono andate le cose, per cui l'unica spiegazione
possibile è che non voglia farlo.»
Monica abbassa la voce, perché la ragazza
è nascosta dietro le tende. È appoggiata
al muro con le gambe incrociate e si strizza i
capezzoli.
«Ammettiamolo pure, ma non poteva essere
sola. Non avrebbe potuto riportare il corpo alla
macchina da sola. Credo che con lei ci fosse il
fidanzato. E che lei non voglia dirlo.»
«Monica, e perché mai?»
«Per paura.»
La ragazza annuisce da dietro la tenda.
«Figuriamoci. Se davvero lo tradiva con
l'avvocato e lui li ha beccati, non trovo plausibile
che lo voglia difendere. Inoltre la sua condizione
attuale non le impedisce di comprendere che sarebbe
molto utile per lei accusare qualcuno, se ci fosse
qualcuno da accusare. Sarebbe l'unico modo di
scagionare se stessa.»
«Credo che la ragazza sia succube del fidanzato
o tormentata da un senso di colpa, forse esasperato
dalla situazione shockante dell'incidente.»
La ragazza si volta, si alza la gonna e sporge
il culo, per mostrare al capo della Mobile la
chiara evidenza della sua sudditanza anale nei
confronti del fidanzato. L'interrogatorio del
fidanzato è cruciale. Monica ha una tesi
inattaccabile. Quando entra nel suo ufficio è
lanciata come un cane da caccia. Misura la stanza
e la nuca del fidanzato, che sta seduto a cuocere
nel suo brodo da una buona mezz'ora. Daniele ha
un'aria dimessa, sa che il capo adesso giocherà
al poliziotto cattivo. Quando si siede al suo
posto lancia di nuovo un ampio sguardo di dominio
sulla sua tana, e Daniele ha in testa un casco
di banane e addosso la divisa delle ragazze pon
pon della banda del suo paese. Monica sa che non
è buon segno, ma quando il gioco si fa
duro i duri si fanno durissimi. E infatti il fidanzato
è già seduto meno composto di prima
e sta agitando un gesto di saluto dalla patta
dei pantaloni. «Immagino che le sia ben
chiara la gravità della sua posizione.
Telefoni spenti, lei da solo a casa una notte
che la sua ragazza tarda misteriosamente a tornare.
Come crede di poter dimostrare di essere estraneo
all'accaduto?»
«Ero con lui.»
Il braccio nudo del fidanzato, che adesso indossa
solo una salopette da idraulico, indica la scrivania
vuota di Daniele, che sta concludendo un salto
mortale con svolazzo di pon pon dietro le sue
spalle e atterra con un sorriso. Monica rifiuta
di credere a quello che vede e incalza: «Lei
conosceva la vittima, eravate entrambi membri
di un club che organizza giochi di guerra. Devo
ricordarle che la scorsa primavera siete stati
fermati ubriachi intenti a sparare vernice ai
fagiani?». Il fidanzato è alle spalle
di Daniele e mima con lui una coreografia di braccia
che ondeggiano, l'ipnotica mossa della dea Kali.
Una rumba indemoniata è all'apice. Monica
fissa disperato i verbali.
«Lei non ha un alibi e non può negare
che la situazione che si creò quella sera
avrebbe potuto scatenare in lei un raptus di aggressività
dovuto alla gelosia.»
Monica sa di aver colpito nel segno, e che l'allucinazione
sparirà inghiottita nel terrore del volto
del fidanzato inchiodato dall'evidenza dei fatti.
Alza la testa e il fidanzato non è più
in piedi in mezzo alla stanza, ma in ginocchio
chino fra le gambe di Daniele. Suona il cellulare.
Monica sa che quella telefonata riassorbirà
l'allucinazione e la salverà. È
il Capo della Polizia che gli dice che per un
pompino fatto bene è disposto a cedergli
il posto. Un conato brucia lo stomaco di Monica,
che scatta dalla sedia e corre fuori dalla stanza,
dove le sue allucinazioni sessuali non possono
vivere. Nel corridoio il Primo Dirigente sta ingroppando
una commissario sulla fotocopiatrice, lei grida:
«La mia fica è un ciclostile».
Due agenti a torso nudo con le bande dei pantaloni
della divisa argentate si spalmano d'olio a vicenda
strusciandosi petto contro petto. Monica corre
in bagno e si chiude dentro. Guarda dalla finestra
il parcheggio delle volanti mosso da un'onda di
macchine che ballano sulle sospensioni. Un vibratore
verde risalente a un sequestro lo guarda con disprezzo
e vola via dal davanzale. La piovra portachiavi
rosa di peluche sta seduta sul coprirotolo della
carta igienica.
«Monica, tu sei una minchia.»
«Perché ci hai messo tanto ad arrivare,
non vedi che cazzo di casino sta succedendo?»
«Ti ho detto mille volte che di questa stagione
non mi devi spaccare i coglioni, che giù
ci sta la tonnara e siamo tutti in ambasce.»
«E mica è colpa mia se m'hanno ammazzato
uno il due di agosto.»
«Ah, allora lo capisci che l'hanno ammazzato.
Mi compiaccio.»
«Piovra del cazzo, troia e bastarda.»
«Aoh, se vuoi fare l'aggressivo con me ti
puoi accomodare, lo tiro fuori pure io e facciamo
pesce a pesce. Tanto messo come stai, mica ce
lo freghi, a quel cornutazzo di là.»
«Allora è vero che è stato
il fidanzato.»
«Minchia, mi sembri scimunito. Certissimamente
che è stato lui. Ma mica solo.»
«Aveva un complice. Così si spiega
tutto.» «Ma cosa spieghi tu, con tutto
il rispetto, non ci stai capendo una benemerita
minchia. Lei, fu. La ragazza.» «Una
trappola.» «Apposta.»
«Un complotto, una vendetta.» «Un'esecuzione
fu.» «Un regolamento di conti.»
«Macché regolamento di conti. Rappresaglia,
si chiama.»
«Rappresaglia?«
«E che cazzo, pure lo sapevi che giocavano
alla guerra.»
«Guerra.»
«Ma sei scemo veramente. Quelli giocavano
alla guerra, colle loro uniformi da minchioni.
Poi succede che l'avvocato fa il furbo e fa un
agguato che non deve fare, un attentato alla squadra
nemica, su una questione d'amministrazione, di
soldi. Sono cose che alla guerra non si fanno.
Sono cose che fanno i civili.»
«Un sabotaggio.»
«Brava, un sabotaggio.»
«E loro si vendicano.»
«Manco per un cazzo, ti dissi. Alla guerra
funziona che certe cose comportano una rappresaglia.
Tu come militare tradisci, fai l'infame e quei
cornutazzi prendono un civile e lo giustiziano,
la legge di guerra lo dice chiaramente.»
«Gli hanno teso un agguato per beccarlo
senza uniforme.» «Cominci a capire.
Arriva il fidanzato cornuto in uniforme, nel luogo
del processo scelto dalla ragazza, piglia il civile
inerme, ci fa il processo sommario ed esegue la
sentenza.»
«Buttandolo da un muro di quattro metri?
Poteva anche sopravvivere.»
«Mica che ce lo buttò. Ce lo impiccò.
Ma siccome lui è scemo come te, la staccionata
cedette e l'avvocato cade di testa.»
«Come lo sai?»
«Ci sono delle fibre di tessuto sul legno
dove si ruppe. E ci sono delle schegge sulla corda,
scimunito.»
«E dov'è la corda?»
«Dentro alla macchina del cornutazzo, te
la misi sotto alla ruota di scorta.»
«E ci sono le impronte della ragazza e del
fidanzato?»
«Preciso. Mica sono scemo, il peluche non
lascia impronte. Ora lavati la faccia e vai a
prendere la corda. E stavolta niente baci in bocca.»