Erano
passati cinque mesi dal suo primo incarico effettivo
dopo il college al ROTC. Il tenente Silvia Prisley
era stata trasferita al comando di una sezione
di manutenzione in California. Proveniva dalla
base di Ann Arbor nel Michigan e la California
era molto diversa e ancora non sapeva bene cosa
voleva fare nella vita. Un pomeriggio Silvia era
nel suo ufficio che guardava delle carte quando
un rumore alla porta la interruppe. C'era un sergente
donna che la stava guardando con le mani sui fianchi.
La donna indossava una tenuta da lavoro arancione
con le strisce fluorescenti e un paio di anfibi
neri. Aveva i capelli scuri e corti con un piccolo
ciuffo davanti.
«Prego sergente.» Silvia invitò
la donna a entrare.
Il sergente entrò e si fermò davanti
alla scrivania.
«Sergente Laura Silver a rapporto, signore!»
Silver era alta almeno un metro e ottanta e aveva
delle spalle larghe come un uomo.
«Prego si sieda,» fece Silvia ricambiando
il saluto «mi dica.»
Il sergente Silver sorrise i suoi occhi erano
verdi e luminosi. «Ero in pausa e ho pensato
di presentarmi al nuovo ufficiale. Da dove viene?»
Molti uomini di grado inferiore avevano sempre
dimostrato una certa soggezione nei suoi confronti
per cui Silvia si sentì spiazzata di fronte
all'atteggiamento così schietto della Silver.
«Vengo dal Michigan.»
«Ah, Michigan. Io sono dell'Ohio. Come si
trova in California?»
«Non ho ancora visto un granché.
E lei? È qui da molto?» La forma
del mento del sergente le ricordava quello di
Cindy Crawford.
«Quasi tre anni. È una bella destinazione.
C'è molto da fare qui e un bel clima. Dovrebbe
uscire più spesso» sorrise di nuovo.
«E quanti anni ha? Ventidue, ventitré?»
Silvia andò a sedersi alla sua scrivania:
«Dove è stata assegnata?».
«Pilota automatico e scatole nere.»
Silvia si alzò di nuovo e andò verso
l'archivio, sfogliò le cartelle finché
non trovò quella del sergente Silver. Il
sergente scosse la testa e si mise a ridere: «Cosa
pensa di trovare lì? Non c'è scritto
molto su di me, tenente».
Silvia mise il fascicolo sulla scrivania e lo
aprì. Il sergente aveva ragione, c'erano
documenti di incarico, assegnazione alloggio,
lettere di presentazione. Silvia alzò la
testa e guardò fisso la sua sottoposta,
notò che nei suoi occhi verdi brillavano
delle pagliuzze dorate. Sentì che stava
arrossendo e fece finta di rimettersi a leggere.
«Allora, ventidue o ventitré?»
chiese di nuovo Silver.
«Ventitré.»
«Ha fatto l'università nel Michigan
dunque. In cosa si è laureata?»
«Sociologia» rispose Silvia chiudendo
il fascicolo.
«Anch'io sono andata al college ma non mi
piaceva studiare.» Silver si alzò.
«Bene dunque» porse la mano al suo
superiore. Silvia afferrò quella mano calda
ed energica.
«Ci vediamo allora, tenente.» La donna
si avviò decisa verso la porta e incrociò
un altro sergente che stava andando dal tenente
Prisley.
«Vedo che ha conosciuto il sergente Silver,»
le disse quando era già lontana «che
ne pensa?»
«Di sicuro non è timida,» fece
Silvia ancora perplessa dall'incontro «che
mi dice di lei?»
«Laura è davvero un personaggio.
Una ragazza in gamba e una gran lavoratrice. Certo
è che non è per niente intimidita
dai gradi. Una volta l'ho vista avvicinarsi a
un generale e tendergli la mano. Il bello è
che lui l'ha presa bene. Un tipo intraprendente
insomma.»
"Io non la definirei intraprendente"
pensò Silvia, ma non era ancora sicura
di come fosse veramente.
Da quel giorno il sergente Silver passava a salutare
il tenente almeno una volta a settimana. Le raccontava
i posti che c'erano da vedere, notizie sulla California,
cose da fare e le dava dei suggerimenti su dove
andare nel tempo libero. Una volta la invitò
a fare delle gite con lei: a vedere le balene,
i vigneti della Napa Valley, San Francisco. Silvia
aveva sempre avuto delle difficoltà a fare
amicizia, non si sentiva come le altre giovani
ufficiali che aveva conosciuto alla base. Avrebbe
voluto accettare l'invito di Laura ma pensava
che non sarebbe stato opportuno stringere legami
di amicizia con dei sottoposti. E poi c'era il
fatto di come Laura la faceva sentire quando la
guardava. "Mi fa sentire come una ragazzina"
pensava, anche se ha solo un paio di anni più
di me." In quei momenti Silvia si sentiva
frustrata, contrariata, quasi arrabbiata e cercava
di evitare il suo sguardo e quasi non le parlava.
Cosa le stava succedendo? Eppure era convinta
che Laura lo facesse apposta. Il tempo passava
e Silvia si sentiva sempre più a suo agio
anche se si scopriva a pensare a Laura sempre
più spesso e non vedeva l'ora di incontrarla,
di parlarle. E poi Laura la metteva di buon umore.
Un giorno le fu consigliato di fare un'ispezione
agli alloggi delle donne.
«Ispezione?» chiese Silvia un po'
meravigliata.
«Si tenente. Dovrebbe eseguire un'ispezione
negli alloggi almeno una volta a settimana. Non
è difficile.»
Prese il suo passepartout e una copia del foglio
di assegnazione alloggi. C'erano ovviamente alloggi
separati per uomini e donne. Quello delle donne
era una costruzione un po' distaccata dal complesso
principale e c'erano una cucina, la lavanderia
e la sala ricreativa, ogni donna aveva una camera
per sé. Sulla porta c'era il nome, il grado
e la sezione a cui era destinata l'occupante.
Il tenente Prisley scelse a caso. Apriva le porte
ed entrava. Come aveva previsto il sergente maggiore,
tutte le stanze erano pulite e in ordine quindi
si faceva presto a ispezionarle. Silvia girò
un po' per la sala e poi si trovò di fronte
al numero 210, la stanza del sergente Laura Silver.
Rimase davanti alla porta un po' indecisa, ma
la curiosità era più forte ed entrò
col cuore che le era arrivato in gola dall'emozione.
Nella stanza di Laura filtrava un po' di luce
dalle finestre. Il letto singolo aveva la testiera
appoggiata al muro, su cui erano affissi parecchi
poster. Alla parete opposta c'era uno scaffale
con un piccolo televisore, uno stereo e tanti
libri. Silvia attraversò la stanza verso
la scrivania dove c'era una foto di Laura sorridente
e abbracciata ad una ragazza. Si appoggiò
sulla scrivania e guardò il calendario
che c'era lì sopra. Scoprì una cosa
che le fece battere il cuore: Laura aveva cerchiato
con una matita le date dei giorni in cui si erano
viste. All'improvviso sentì dietro di lei
il rumore della chiave alla porta. Si girò
e Laura stava entrando, aveva un paio di occhiali
da sole e teneva in mano un casco. Laura si fermò
un attimo sulla porta in silenzio, buttò
il casco su una poltrona e si tolse gli occhiali.
Sorrise, aveva dei denti bianchi e perfetti. Silvia
sentiva come un groppo allo stomaco, le pareva
di essere come una bambina beccata mentre rubava
la marmellata. Laura le andò vicino, erano
una di fronte all'altra.
«Stavo ispezionando gli alloggi» fece
Silvia cercando di nascondere l'emozione «ha
una bella stanza.»
«Ha finito adesso?»
Silvia non rispose.
«Hai finito, tenente?» le ripetè
con dolcezza.
«Si, ho finito. Mi scusi. Me ne vado»
rispose Silvia imbarazzata e arrabbiata con se
stessa.
«Che fretta c'è?» Laura sorrise
ancora.
Silvia guardò l'altra negli occhi e avvertì
qualcosa di cui non si era accorta prima: il desiderio.
Come aveva potuto essere così stupida.
Si guardò intorno, i poster, la foto sulla
scrivania. Ecco perché si sentiva sempre
così confusa di fronte a lei. "È
come se mi accarezzasse con lo sguardo" pensò
"come ho fatto a non capirlo prima?"
«No, non ho fretta» disse Silvia.
Avrebbe voluto farle tante domande ma non sapeva
da che parte cominciare. Lei voleva Laura e sperava
che anche lei la volesse.
"Spero di avere ragione."
«Tutto okay, tenente?» Laura la prese
per un braccio.
Silvia guardò la sua mano e poi i suoi
occhi si incontrarono con quelli del sergente
che la strinse fra le sue braccia. Il cuore di
Silvia batteva forte. Laura la baciò appassionatamente.
Erano l'una nelle braccia dell'altra e tutto il
resto non contava nulla. Si baciavano le labbra
e il viso e le loro mani scorrevano lungo i corpi.
Solo un pensiero tormentava Silvia: "E se
entra qualcuno?".
Quello che stavano facendo era assolutamente proibito,
in ogni senso, ma non le importava più.
Voleva di più, voleva Laura. Laura la baciò
sul collo.
«Ti voglio Laura» fece Silvia. Allora
il sergente la prese in braccio e la portò
sul letto. Mentre la baciava le sbottonava la
giacca dell'uniforme. Silvia la lasciò
scivolare lungo le spalle e Laura cominciò
a slacciarle il reggisene. Ogni punto della sua
pelle ardeva di desiderio. Laura buttò
via il reggiseno e cominciò a baciarle
i seni e i capezzoli che erano turgidi e pronti.
Poi fece per slacciarle i pantaloni.
«Aspetta» Silvia si alzò dal
letto e finì di spogliarsi da sola mentre
Laura la guardava «adesso tocca a te.»
Silvia si buttò su Laura e le slacciò
la divisa mentre lei aveva ripreso ad abbracciarla
e le carezzava il sedere. Le alzò la maglietta
e non si meravigliò più di tanto
nel notare che il sergente non aveva bisogno di
indossare un reggiseno, Silvia le toccò
i seni piccoli e sodi e la baciò e poi
andò per slacciarle i pantaloni.
«Prima però dobbiamo liberarci di
questi.» Laura aveva addosso un paio di
anfibi e così si mise seduta per slacciarli.
Si alzò e si tolse i pantaloni e gli slip
mostrando un pube perfettamente rasato. Si buttò
su Silvia con tutto il suo corpo mentre lei le
accarezzava la schiena e il sedere muscoloso.
Il sergente si strusciava su di lei lasciando
una scia di baci roventi. Le baciò le gambe
e le cosce finché le ginocchia di Silvia
non si aprirono, pronta per farsi ispezionare
lei da Laura stavolta. Il sergente le separò
le labbra della fica con le dita e cominciò
a leccarle il clitoride. Silvia si sentiva bruciare
tutta, perfino le sue orecchie pulsavano. Laura
le girava intorno al clitoride con la lingua e
con le mani le strizzava le natiche. Il tenente
muoveva il bacino e lo spingeva verso la faccia
di Laura. Alle prime spinte dell'orgasmo di Silvia,
Laura infilò la lingua ancora più
in profondità. Silvia urlò e prese
la testa di Laura e la tirò forte a sé
mentre continuava a leccare e a succhiare finché
non smise e si buttò con tutto il suo peso
su Silvia. Un bacio aveva cambiato la sua vita.
Ormai era innamorata. Voleva Laura nel suo letto
e nella sua vita. L'incarico di Laura sarebbe
finito di lì a sei mesi. Dopo alcune settimane
di incontri intensi, Silvia si era trasferita
in un appartamento lontano dalla base così
da poter vedere l'amante più liberamente.
Se si fosse venuto a sapere l'avrebbero sbattuta
fuori dall'esercito, era inconcepibile una relazione
tra un ufficiale e un suo sottoposto. Ma l'amore
è cieco, e anche sordo e muto all'occorrenza.
Silvia fece una copia di chiavi per Laura che
si fermava a dormire da lei diverse notti a settimana.
Dopo che avevano fatto l'amore, Laura tornava
al suo alloggio alla base. Silvia passava il giorno
a pensare a quando sarebbe arrivata la notte e
anche Laura. Ma all'improvviso il suo sogno cominciò
a crollare. Laura dovette partire per tornare
in Ohio.
«Ci sono delle questioni di famiglia che
devo risolvere. Avevo programmato queste ferie
già da due mesi.
«Capisco. Mi piacerebbe venire con te ma
in questo momento proprio non posso.»
«Non ti preoccupare. La mia famiglia non
sa che sono omosessuale e di certo non ti sentiresti
a tuo agio e neanche loro con te.»
Alcuni giorni dopo Silvia accompagnò Laura
all'aeroporto. Rimase un po' lì a guardare
il cielo finché l'aereo non scomparve all'orizzonte.
Senza l'amante era persa e sentiva già
la sua mancanza. Laura non le telefonò
mai anche se le aveva promesso che lo avrebbe
fatto. Fu un weekend davvero triste per Silvia.
Il lunedì successivo dovette tornare al
lavoro ma non faceva che pensare a lei. Poco dopo
l'una arrivò il segretario con la posta.
Tirò fuori una busta dalla pila di consegne
e le mise sulla scrivania un foglio da firmare.
«Ha dimenticato di firmare questo la scorsa
settimana» e le indicò una riga.
Silvia lesse in fretta il foglio, era una domanda
di trasferimento, prese la penna e firmò.
«Chi è in partenza?» chiese.
«Chi è già partito casomai?»
la corresse. «È il sergente Silver.
È partita. Venerdì scorso.»
A Silvia si era bloccato il respiro: era come
se qualcuno le avesse dato una martellata sullo
stomaco. Le girava tutto intorno, guardò
di nuovo il foglio che aveva ancora tra le mani
ma non riusciva a mettere a fuoco quello che c'era
scritto.
«Tenente, si sente male?»
Silvia guardò il sottufficiale che aveva
un'espressione preoccupata ma anche un po' incuriosita.
«È stata inviata a una sezione distaccata?
Intendo il sergente Silver?»
«Oh, no, signore. La destinazione è
il Giappone. Penso che non la vedremo per un bel
po'. Di sicuro si sentirà la sua mancanza
qui.» L'uomo uscì dall'ufficio e
Silvia si sedette alla sua scrivania. Cosa doveva
fare? Non sapeva da che parte cominciare: "Dove
ho sbagliato? Perché mi ha detto una bugia?
Diceva che mi amava e io le ho creduto. Cosa le
ho fatto di così terribile?".
Prese il cappello e la cartella e uscì,
attraversò l'edificio cercando di non avere
contatti con nessuno. Forse qualcuno sapeva? Qualcuno
sospettava, magari adesso stavano ridendo di lei.
Silvia parcheggiò abbastanza lontano dal
suo appartamento e rimase in macchina a piangere.
Le sembrò di essere rimasta lì per
delle ore. Alla fine si decise a uscire dall'auto
e a entrare in casa. Nella cassetta delle lettere
c'era posta. Riconobbe la calligrafia di Laura
sulla busta. Non avrebbe voluto aprirla ma doveva
sapere perché Laura aveva preso una decisione
così drastica, in fondo era impossibile
che se ne fosse andata senza darle una spiegazione.
Aprì la busta e la copia della chiave di
Laura cadde per terra con un tonfo sordo sopra
il tappeto. Guardò la chiave e poi cominciò
a leggere la lettera:
Cara Silvia, quando leggerai questa lettera me
ne sarò già andata. Vorrei dire
che mi dispiace ma non è così. Avrei
dovuto dirti la verità ma non ce l'ho fatta.
Tu volevi che io lasciassi la carriera per stare
con te. E poi, cosa avremmo fatto? Pensi che saremmo
rimaste insieme per sempre? Non è così
che vanno le cose. Tenente, a me la vita militare
piace. È l'unica cosa che so fare. Sono
stata bene con te ma non e abbastanza. Siamo troppo
giovani per fermarci. So che adesso non capirai
ma in futuro tutto ti sarà più chiaro.
Non ti dimenticherò. Chissà, un
giorno forse ci incontreremo ancora. Ti amo. Laura.
Silvia cadde a sedere su una poltrona e ci rimase
finché non ebbe più lacrime da piangere.
Si sentiva usata e tradita. Passarono alcuni mesi
e Silvia soffriva ancora ma la rabbia non era
più così cocente. Cercava di pensare
ad altro e di interessarsi di più alle
cose e alla gente che aveva intorno. "Se
mi tengo occupata" pensava "avrò
meno tempo per pensare a lei."
A mano a mano che il tempo passava Laura ricorreva
sempre meno nei suoi pensieri finché arrivò
un giorno in cui il ricordo dell'amante non le
faceva più così male. Non sentiva
più una fitta al cuore ma le veniva solo
da sorridere pensando ai loro incontri, un leggero
sorriso e niente di più. Un giorno arrivò
un nuovo ufficiale e il colonnello la accompagnò
all'ufficio del tenente Prisley. Silvia rimase
perplessa quando entrò dalla porta: era
alta e snella e aveva i capelli biondi e corti
pettinati all'indietro.
"Ha qualcosa di lei" pensò.
«Tenente Prisley, le presento il tenente
Sandra Linn» disse il colonnello.
Le due si salutarono con una stretta di mano.
«Chiamami Sandy» fece la nuova arrivata
con un sorriso perfetto e luminoso. Silvia notò
che aveva gli occhi azzurri come il mare e che
la sua stretta di mano era energica e decisa.
«Le faccia fare un giro e l'aiuti a sistemarsi»
ordinò il colonnello.
«Signorsì, signore. Con piacere»
rispose Silvia. "Davvero con piacere"
pensò. "La farò sentire come
a casa sua."
Quando rimasero sole Sandy prese la parola.
«È da molto che sei qui?»
«Circa un anno e mezzo» rispose Silvia.
«È un bel posto questo. Ci sono un
sacco di cose da fare e il clima è ottimo.
Dovresti uscire un po' per guardarti intorno.
Andare a vedere le balene, i vigneti di Napa Valley,
San Francisco.»
Sandy la guardò negli occhi e sorrise ma
stavolta Silvia non distolse lo sguardo. Sentì
una vibrazione nella pancia che le era familiare
ma sapeva che stavolta sarebbe andato tutto per
il verso giusto.