«Merda!»
Beccata per eccesso di velocità, proprio
quello che ci voleva. Roberta lanciò un'occhiata
allo specchietto retrovisore. Aspettò ma
nessuno scese dalla macchina della polizia. Che
cavolo stavano facendo? Aprì il vano portaoggetti
e frugò tra le carte cercando l'assicurazione.
Trasalì per il colpo violento contro il
vetro.
«Buongiorno» disse Roberta, mentre
apriva il finestrino con un sorriso dolcissimo.
Sperava che l'agente fosse un uomo, molto gentile
e molto sensibile a un bel visino. La luce della
torcia sparata direttamente nei suoi occhi rendeva
impossibile capire se fosse un uomo o una donna.
«Scenda dalla macchina» ordinò
la voce.
«Cosa?»
«Scenda dalla macchina.»
Roberta guardò di nuovo nello specchietto.
Effettivamente sembrava una macchina della polizia
con i lampeggianti accesi. Ma lei era una donna
sola sul ciglio di un'autostrada. Col cazzo che
scendeva dalla macchina!
«Mi dispiace. Ma non mi sento molto tranquilla.
Come faccio a sapere che lei è davvero
un poliziotto?» chiese con lo sguardo sospettoso,
riparandosi con la mano dalla luce.
«Non glielo ripeterò di nuovo. Scenda
dalla macchina» disse l'agente, abbassando
la luce in modo che Roberta potesse vederlo in
faccia.
«Franco? Gesù! Mi hai fatto spaventare»
gli disse sorridendo sollevata, appoggiando la
mani sul finestrino aperto. Lui aprì lo
sportello con forza, cogliendola di sorpresa,
lei tolse le braccia per non cadere per terra.
«Fuori dalla macchina signora, per favore.»
Roberta si slacciò la cintura e scese.
Era la prima volta che lo vedeva in uniforme e
la cosa non le dispiaceva affatto.
«Molto carino» sussurrò soddisfatta,
mordendosi il labbro inferiore.
Con Franco aveva infranto tutte le sue regole.
Aveva accettato di incontrarlo dopo meno di una
settimana, si erano conosciuti on line su un sito
di incontri, e questo non era da lei. La sua foto.
Lui era sexy, sexy, sexy. La sua voce, profonda
e rilassata, le aveva fatto venire i brividi in
tutto il corpo dopo le prime dieci parole. Così
era finita a casa sua, nel suo letto, perché
buttarlo immediatamente sul divano, molto confortevole
ma troppo piccolo, non le era sembrato elegante.
Roberta aveva visto due uniformi appese una accanto
all'altra, quando aveva posato il suo cappotto.
Gli stivali erano sul pavimento del bagno. Gesù
benedetto. Finalmente. Era un sacco di tempo che
andava a caccia di un poliziotto. Franco le aveva
tolto gli ultimi dubbi ficcandosi a letto con
i boxer firmati, una t-shirt nera aderente e un
profumo irresistibile appena uscito. Tutte le
sue regole di brava ragazza avevano cessato di
esistere. Si era accoccolato dietro di lei, sentire
il suo corpo tiepido e muscoloso contro la sua
schiena era incredibilmente romantico e deliziosamente
osceno al tempo stesso. Mentre le massaggiava
la schiena, le scostò i capelli e le baciò
il collo. Dirgli di smettere le era sembrata l'unica
cosa da fare. Un minuto di più e non sarebbe
stata in grado di fermare se stessa. Così
si rannicchiarono uno contro l'altra, lei appoggiata
alla curva delle sue spalle alternando carezze
e colpetti sul suo stomaco. Poi passò alle
unghie, che lo fecero gemere. Il corpo di Franco
era splendido, scolpito, glabro e liscio come
la seta. La mano di Roberta andò più
giù, indugiando sulla roccia che premeva
contro i boxer. Dormirono poco e male. Scoparono
al secondo appuntamento. Ma a quel punto lei non
aveva più nessuna scelta. L'aspettativa
di quanto sarebbe stato bello non andò
delusa. Lui scopava forte e duro, una combinazione
perfetta che la fece impazzire. La strana conversazione
che avevano avuto circa dieci minuti prima che
lui la fermasse, ora era chiara. Il telefono aveva
squillato quando lei stava per uscire. Lui le
aveva chiesto dove stesse andando e che strada
avrebbe preso. "Strana domanda" aveva
pensato in quel momento. Adesso era tutto chiaro.
Lui stava in piedi davanti a lei in uniforme,
il giubbotto antiproiettile, la pistola attaccata
alla cintura, stivali da sbirro, pantaloni da
sbirro, culo deliziosamente sodo. Gesù.
Era una visione.
«Si giri. Mani dietro la schiena.»
Lei fece esattamente quello che lui le aveva detto
di fare. Le stava alle spalle, il suo corpo spingeva
contro la sua schiena, il cazzo contro il suo
sedere. Le mise la coscia tra le gambe e gliele
aprì con violenza. Roberta sentì
qualcosa che scivolava lungo i suoi polpacci,
risaliva all'interno delle sue cosce e si fermava
proprio sotto la sua fica, poi risalì velocemente,
costringendola a mettersi in punta di piedi. Era
il manganello, probabilmente.
«Sei uno stronzo» miagolò Roberta,
ma non lo pensava veramente.
Due mani dure le afferrarono i polsi, l'acciaio
freddo delle manette attorno a un polso, poi all'altro,
lui la tirava per le braccia con violenza anche
se lei non opponeva nessuna resistenza. Il suono
delle macchine che passavano e quello della sua
in folle cessarono insieme al clic delle manette.
Non erano manette buffe di pelliccia, non erano
manette commestibili, no, erano vere manette da
poliziotto. Era tutto vero. Cristo, il suo clitoride
già pulsava, la sua fica era già
fradicia.
«Si muova!» ringhiò lui, il
suo respiro caldo sull'orecchio di Roberta. La
trascinò oltre la sua macchina, verso l'auto
della polizia. La spinse e la fece cadere in avanti,
così Roberta si trovò piegata sul
cofano. Con una mano la teneva per il collo, con
l'altra le afferrò i capelli. Le spinse
la testa giù, la guancia contro il metallo
freddo del cofano.
«Rimanga ferma lì» urlò
e si allontanò. Lei non si mosse. Lo guardò
mentre si avvicinava alla sua macchina e spegneva
le luci, poi fece lo stesso con l'auto di servizio,
ma lasciò i lampeggianti accesi. La radio
gracchiava e una voce appena percepibile stava
parlando. Lui disse qualcosa alla radio, le dava
le spalle. Era molto professionale, non sembrava
lo stesso uomo che l'aveva fatta piegare sul cofano.
«Il tempo di finire con un'infrazione stradale.
Sarò lì tra dieci minuti.»
Poi le fu di nuovo alle spalle, l'afferrò
per i fianchi e le abbassò le mutandine
facendogliele cadere attorno alle caviglie. La
fresca aria autunnale baciò la sua schiena.
Le venne la pelle d'oca. Lo sentì strappare
qualcosa che doveva essere un preservativo, lo
sentì armeggiare con la cintura e i pantaloni.
Lei strinse e serrò i muscoli della fica,
convinta che sarebbe riuscita a non farsi scopare.
«Smettila» ringhiò lui e la
sculacciò, forte, il preservativo gli scappò
dalle mani e volò verso di lei, atterrando
a qualche centimetro dalla sua faccia.
«Cazzo» grugnì lei sottovoce.
Le dita di Franco le sfiorarono la fica già
bagnata. Lui le afferrò una ciocca di capelli,
le tirò la testa all'indietro e le diede
un morso sul collo.
«Sto per scoparti» le disse all'orecchio,
poi le spinse di nuovo la testa giù, e
la guancia di Roberta finì di nuovo contro
il cofano della macchina. Poi la penetrò,
veloce, forte e spietato. In un fugace momento
di lucidità, Roberta immaginò come
sarebbe apparsa la scena se un'altra macchina
si fosse fermata dietro di loro. Forse sembrava
che la stavano violentando. Gliene sarebbe importato
a qualcuno? Lei era piegata sul cofano di una
macchina della polizia e un poliziotto la stava
scopando senza tanti complimenti. Questa era la
fantasia che le passò per la testa. Il
frastuono del traffico era coperto dai lamenti
di Roberta, dal respiro veloce di Franco e dal
rumore secco della pelle sulla pelle. «Stai
per venire forte, signorina» sussurrò
Franco, rallentando il ritmo e tirandole di nuovo
i capelli.
«Vieni adesso. Vieni per me.» E spinse
di nuovo veloce e forte.
E lei venne, venne come non faceva da un sacco
di tempo, lanciando un urlo di piacere e di dolore,
con le gambe che le tremavano e la fica che le
pulsava, attraversata da onde dolci e lunghe.
Lui era implacabile, la scopava forse più
forte di prima. La teneva stretta per i fianchi,
la punta delle dita dentro la carne di Roberta,
e venne in un lamento. Poi si allontanò
da lei velocemente, le strizzò una chiappa
e la sculacciò dolcemente. Lei lo sentì
armeggiare di nuovo con i vestiti. Lui si tirò
su i boxer e i pantaloni e finalmente la girò
verso di lui. La baciò forte sulle labbra,
la girò di nuovo di spalle e le tolse le
manette. Poi si allontanò da lei, di nuovo
molto professionale. Roberta sentiva ancora il
sangue rimbombarle nelle orecchie, il suo respiro
assomigliava a un grugnito.
«Roberta?» disse lui, girandosi e
guardandola.
«Sì?»
«Verrai lo stesso alle dieci?»
«C'è bisogno di chiederlo?»
«Immagino di no» rispose lui sorridendo,
bello da morire. «Ci vediamo più
tardi.»