Dietro
lo scaffale dei detersivi, tra le altre persone
in coda alle casse, una sagoma. Ti riconosco.
Stai controllando quello che porti tra le braccia.
Forse, a mente, stai facendo il conto. E’
molto probabile che tu non abbia molto denaro
con te. Sei vestita come allora, da maschiaccio.
Ma i capelli ora sono lunghi, liberi e ancora
neri sulle spalle. Stessi giubbotti stropicciati
su pantaloni larghi e scarpe da ginnastica colorate.
Avevi un profilo bellissimo, un naso importante
e occhi profondi neri. La tua pelle olivastra
l'ho accarezzata ancora per molto tempo nei miei
sogni. E ad occhi aperti, come se fossi ancora
qui. Ma i tuoi grandi seni e i fianchi larghi,
quelli, mi hanno segnata per tutta la vita. Mi
fermo. Aspetto che tu mi senta. Qui, poco lontana
da te. Ci sei, ora ti sei accorta di me. Che bello
il rossore del tuo viso, questo non lo ricordavo.
Sei completamente infuocata. So che ti sta battendo
forte il cuore. Come a me. Mi sento scoppiare.
Ti osservo meglio. Ormai avrai circa quarant'anni...
e come allora, sembri appena uscita da un centro
sociale. Arrivi. Mi baci. Non abbiamo parole.
Silenzio.
"Non ci posso credere... sei proprio tu..."
"Io vivo qui...e tu... dove sei ora... aspetta...
sei sempre a Firenze... ?"
"Si, sto lì... ma... tu...cosa fai...?"
Parole, parole, parole. Continuiamo così
per un po', dicendoci stupide frasi vuote, ma
non smettiamo di guardarci negli occhi. Quanti
ricordi. Resto incollata al tuo sguardo e al tuo
rossore. Chissà se anche tu stai rivivendo
le mie stesse emozioni. Oppure sei solo imbarazzata
per essere sempre un po' scapestrata, ancora un
ragazzaccio, ancora spettinata, ancora con le
mani rosse e ruvide anche in estate. Io invece
sono un po' più "signora" di
un tempo, almeno nelle apparenze. Eravamo diverse
anche allora. Forse erano state proprio le diversità
tra noi, a farci impazzire, l’una dell'altra.
Siamo fuori adesso.
"Dammi il tuo numero di telefono..."
e mentre lo dici, raccogli un volantino da terra
per scriverci sopra. Tipico tuo. Avresti potuto
vivere su un marciapiede, fare la barbona, e forse
un poco lo sei. Ho paura. Tu mi hai sempre fatto
paura. E’ pericoloso lasciare entrare nella
propria vita una come te. Pericoloso? E perchè?
Sei stata la mia prima donna, e non lo sapevo.
Eravamo alla fine dei mitici anni '70. Quelli
del mio anarchismo, del femminismo, delle droghe
facili, dell'incoscienza. Eravamo tutti ragazzi
allora. Era una bella compagnia, ma io non avevo
capito nulla. Tu eri speciale e piacevi un po'
a tutti. Troppo fascino, troppo. Avevi iniziato
a venirmi a prendere sotto casa, per uscire la
sera. Niente di strano. Arrivavamo insieme e ce
n'andavamo insieme. Molto unite. Vicine, ma in
un gruppo bello misto. Tra tutti c'era Mario,
bello come il sole, moro, alto, atletico, allegro,
positivo. Lavorava già. Poteva permettersi
una bella auto. Anche un "buco" dove
ci portava a sentire musica e fumare. Lui piaceva
molto a me, e a lui piacevi molto tu. Niente da
fare. E poi Massimo, Roberta, Cristiana, Fabio,
Diego e tanti altri. Ci sentivamo così
profondamente vivi e non potevamo sapere quanto
stessimo invece camminando vicini alla morte.
A volte mi sento una sopravvissuta. Perchè
ne Mario, ne Cristiana, ne Diego sono ancora vivi.
Ed altri li seguiranno fra poco. Perchè
loro non si sono salvati e una maledizione li
ha portati via. Ma allora nessuno di noi si era
ancora perso. Eravamo tutti curiosi d'ogni cosa.
Niente doveva rimanerci oscuro. Come tante altre
compagnie di giovani di quegli anni innocenti.
Il nostro bar, e le nostre panchine. La nostra
spiaggia, di giorno e di notte. Non era mai abbastanza
tardi da tornare a casa. Le tre, le quattro. In
giro in auto a vuoto per ore. Fumando e ascoltando
musica. Anche quella sera c'eravamo tutti. Il
buco di Mario era sempre accogliente, pieno di
cuscini. Tutti per terra, uno sopra 1'altro. Teste
contro piedi. Braccia intorno al collo e occhi
chiusi. Tutti un po' fatti. Tutti a sognare di
partire. Non ricordo quale fosse la musica, forse
stavo sognando. Ma non mi chiesi di chi fossero
quelle carezze. Le accettai. Erano fatte da una
mano tremante, sui miei occhi e sulle mie labbra.
Dolci, dolcissime come la lingua che tu, a poco
a poco infilasti tra i miei denti, nella mia bocca,
dentro di me. Non era un bacio di maschio. Non
una penetrazione. Solo una carezza bagnata dentro
la mia bocca. E un sapore di rosa. E la timidezza,
quella la ricordo bene. Nessuna arroganza. Tu
ti avvicendavi lentamente dentro di me. Come se
ad ogni attimo attendessi il mio permesso per
proseguire. Quello che successe dopo ogni tanto
mi fa svegliare di notte. Nessuno degli altri
aveva fatto particolare caso a noi. Ma Mario si.
Lui ci aveva osservato per tutto il tempo. E lo
capimmo bene quando ci tirò addosso, infuriato,
uno sgabello del bar. Certamente urlò forte.
Ci coprì d'insulti. Parolacce. Ma per noi
non fu nulla, in confronto allo stupore, alla
delusione, per quel suo gesto così violento.
Avevo già conosciuto 1'aggressività
maschile, la pochezza d'animo, l'insensibilità,
l’incapacità di capire... Tu mi prendesti
per mano e uscimmo fuori, in piena notte, quasi
mattina, da sole, a piedi, per strada. Camminammo
per un bel po'. Fino a che ci fermò una
pattuglia. Ci pensarono loro a portarci a casa.
"Vorrei vederti... più tardi, questa
sera... puoi?"
"Io... credo di si... telefonami..."
Sono a casa. Seduta vicino al telefono da forse
un'ora, oramai. Finalmente squilla e sono già
pronta a rispondere. Mi stai aspettando. Faccio
presto, sono già vestita. In un attimo
sono in macchina e corro da te. Eccoti, appoggiata
al nostro lampione. Sul marciapiede dove una volta
c'era il nostro bar.
"Ciao".
"Sali... ti porto a fare un giro..."
Sei qui, e il profumo della sigaretta che fumi
mi riempie le narici.
"Sono ancora le Camel?"
"Ehi... tele ricordi..."
"Certo... il più bel pacchetto di
sigarette dopo le... Lucky Strike "
Silenzio. Rallento, e con una mano tiro fuori
una cassetta. La infilo nello stereo. Accendo.
"Tesoro... ma è la nostra cantante
preferita... da quanto tempo non la ascoltavo
più..."
Silenzio. Mi giro. Ci guardiamo. Hai gli occhi
lucidi. In un attimo il tuo braccio è intorno
al mio collo. E il tuo bacio arriva. Mi fermo,
accosto. E il cuore batte all'impazzata.
"Calma... sta calma... aspetta..."
"Si..."
Mi accarezzi le sopracciglia, il naso e poi scendi
sulle mie labbra. Io tremo. Cerco di scostare
tutte le cose che hai addosso per arrivare a toccarti.
Il giubbotto, la camicia di jeans...Un bottone,
l’altro, e ancora. La tua pelle. Tu tiri
giù il sedile, basso, basso. Non è
un prato sotto le stelle, ma che importa, sto
sudando, tremando e ho bisogno di baciare i tuoi
seni. Mi metti le mani senza unghie tra i capelli
e mi avvicini a te. Su di te. Ti respiro addosso.
Sul collo, nelle orecchie, sugli occhi. Apri la
camicia che ti ho sbottonato. Finalmente. I tuoi
seni. Bellissimi, grandi, abbandonati. Lì,
per me, per la mia lingua golosa. Giro intorno
ai tuoi capezzoli con il mio dito, e li succhio,
li lecco, li bacio.
"Come sei bella..."
"Ti prego... non parlare..." Continuo
a leccarti, e tu mi spingi più giu.
"Si... adesso... giù..."
Mi spingi ancora. Ma io voglio farti aspettare,
ancora.
"Ti ho desiderata tanto sai... e per molto
tempo..." Metti una mano sulla mia bocca.
"Zitta! Stai zitta..."
"No! Devi sapere...Ti ho amata molto, troppo...
e tu sei andata via..."
"Basta..."
"...E poi ti ho aspettata... ma... non è
servito a farti tornare..."
Stai slacciando la cintura dei tuoi pantaloni.
Sei incerta ora. Tremi anche tu. Mi sali su, tra
i collant e apri completamente lo spacco della
mia gonna.
"Sono qui adesso..."
Stai piangendo una piccola lacrima. E intanto
mi accarezzi tra le gambe, il mio collant brucia.
Strofini e strofini. Ti avvicini al mio viso.
Mi morsichi il mento salato. Anch’io ora
piango. I nostri visi sono incollati e le nostre
lingue scivolano ovunque a leccare le lacrime
dell'altra. Quando finalmente arrivi al mio clitoride,
urlo. E’ un lamento. Un pianto. Un piacere
come di morte. Urlo più forte. Non resisto
più perchè da troppo tempo ti stavo
aspettando. Ormai sono venuta. Troppo presto.
Volevo dirti ancora tante cose...
"Amore, amore... amore mio..."
Mi culli, mi stringi, mi baci i capelli. Ti guardo,
ancora. Sei una donna, come me. Ma in questo momento
vorrei essere un uomo.
"Vorrei avere un cazzo per entrarti dentro,
fino in fondo..."
"Non ho mai più imparato ad amare
i cazzi, sai... come allora..."
"Vorrei un cazzo... duro, durissimo...e gonfio...
per riempirti..."
E ti entro dentro con le dita, le mie, quelle
che ho. L'unica possibilità che ho per
penetrarti con una parte del mio corpo.
"Sei mia... sei sempre stata solo mia..."
Sono dentro la tua bocca con la mia lingua e anche
di più, affondo dentro di te per quanto
mi è possibile, e con l'unico dito che
mi è rimasto fuori, spingo sul tuo clitoride
eretto. Hai finite le lacrime ormai. Solo il tuo
respiro forte. E l'odore di piacere.
"Urla... urla, urla! Urla! Ti prego!"
Vieni, guardo i capelli sudati che disegnano i
tuoi seni. Insieme facciamo quasi ottanta anni.
E siamo ancora qui in macchina, come ragazzini.
Anzi, come ragazzine.
"Hai un uomo?"
"Si. E tu?"
"No. Non mi hanno mai convinto... o io non
ho convinto loro..."
La mia auto arriva al lampione. Scendi.
"Ti chiamo domani".
50 che non lo farai. Entro in casa. Lui è
già tornato.
"Ciao. Com'è andata?"
"Ma... così, così, normale..."
"Sta bene la tua amica?"
"Abbastanza..."
"Vieni, dai, vieni qua..."
E’ già a letto, e mi stava aspettando.
Alza il lenzuolo. E’ nudo. Si sta accarezzando.
"Ti stavo aspettando... Pensavo che forse
al tuo ritorno avresti avuto voglia di me..."
Lo guardo. Non rispondo.
"So a che cosa stai pensando quando mi guardi
così..."
Tira fuori le tre sciarpe di seta che gli piacciono
tanto. Una per il mio polso sinistro, una per
il mio polso destro, una per i miei occhi.
"Come sei calda... sei già bagnata..."
Si. Sono già bagnata. Sono ancora bagnata.
E inizia a leccarmi, mentre sono legata e bendata
sul letto. Non vorrei, ma sentirlo dentro di me
mi fa sentire persa, e mi abbandono. Forse. Non
smette di premere sul mio clitoride mentre affonda
il suo pene, e mi arrendo.
"Brava, piccolina, brava...vieni... vieni..."
Lo sento sorridere.
E’ soddisfatto e potente, dall'alto della
sua erezione ancora perfetta. Ed io resto lì,
a bocca aperta, bloccata dalle sciarpe di seta.
Non può vedere le mie lacrime salate.