Ma
come deve essere un uomo, un uomo vero? Si domandava
Lidia sonnecchiando sul sedile del treno, cullata
dagli scossoni gentili che facilitavano il sonno.
Come deve essere un uomo vero? E la domanda si
insinuava bruciante sotto ai vestiti, la gonna
di pelle nera aderente, le calze nere, le scarpe
con un tacco sottile, quelli che piacevano a lei,
quelli che battevano risoluti sull'asfalto, ticchettando
imperiosi.
La domanda si ripeteva, lei aveva gli occhi chiusi.
Quando era salita sul treno aveva cercato con
lo sguardo un posto vuoto. Si era poi seduta su
un sedile isolato, e subito di fronte a lei s'era
quasi sdraiato un ragazzo, alto alto, gli occhi
azzurri, sicuramente un soldato in libera uscita
dai capelli rasati. D'istinto s'era sistemata
la gonna che, con le cosce accavallate, rivelava
l'attaccatura delle calze, di pizzo marrone scuro.
Dopo il pizzo traforato, il gancio del reggicalze,
e poi la pelle nuda. Un gesto, e il dito che sfiorava
proprio quel punto, dove lui l'aveva morsa stringendo
la carne bianca tra le labbra, come per succhiare
piano. Di sicuro il militare aveva appoggiato
quegli occhi azzurri stupiti lì, al frammento
di pelle ormai stanca ma che si stava leggermente
colorando di rosso.
Quel serrare denti e labbra che lei ricordava
ancora. Un uomo, forse deve essere così.
Deve far ricordare lo strusciare ruvido delle
dita sulla schiena, dalla nuca all'attaccatura
delle natiche, al canale dei glutei, e poi risalire
piano come per controllare il calore che si spande
piano.
Un uomo deve provocare un calore tra le cosce,
quello che sentiva Lidia adesso, ricordando -
come se si vedesse da fuori - il suo corpo disteso
fra le lenzuola, lui da dietro che la cavalcava
come un animale ormai rassegnato ma ancora pieno
di sospiri. Lui che la prendeva per i capelli,
tirando con violenza indimenticabile i capelli,
e la gola piegata, e lui che si piegava per leccare
il punto di maggiore tensione, nel mezzo del collo.
Il treno continuava ad andare, le stazioni si
susseguivano implacabili. Lidia ad ogni fermata,
ad ogni rumore di stantuffo delle porte elettriche
socchiudeva gli occhi, un leggero sussulto, ma
riscivolava nel sonno. Aveva la giacca di pelle
nera messa come una coperta sul corpo minuto,
infreddolito, come per sentire ancora il caldo
del corpo di lui. Ci vediamo, le aveva detto,
e poi un salto sugli scalini per darle un bacio
per succhiarle l'anima, per toccarle ancora il
seno, per stringerla alla vita. "Vengo con
te?" le aveva chiesto ridendo, e lei non
aveva neanche risposto. Era corsa via, cercando
il posto.
Tra le cosce, ancora una sensazione di umido che
non voleva mandare via. La prima volta, e poi
la seconda. Più giovane di lei, ma non
era un ragazzo. Lei dopo, mentre riposavano nel
letto distrutto, era scesa piano lungo i fianchi
di lui, aveva cominciato a leccarlo piano. Le
anche da ragazzo, bianche, i fianchi a punta,
il sesso tra il pelo nero riccio. Lui dormiva.
Poi di colpo s'era svegliato, le aveva afferrato
i capelli, giocando. "Smettila, diceva",
"smettila, non riposi neanche un po'?"
e subito le aveva toccato le labbra ancora bagnate
tra le gambe. Le aveva infilato deciso e rabbioso
le dita frugando, come per cercare la ragione,
il segreto di tanto desiderio.
"Smettila", ed era diventato un sibilo.
Gli occhi chiusi quasi a fessura, le labbra serrate,
e poi con l'altra mano le aveva stretto la carne
bianca di una coscia. Lidia ricordava una lampada
rossa sul letto, sul bancone che fungeva da comodino.
Di quella stanza niente più.
Avevano percorso duecento chilometri in una volata.
Lui con una mano teneva il volante, lei con la
gonna di pelle nera sollevata fino all'attaccatura
delle calze. Non portava null'altro. Le mutandine
nere erano state lasciate nella borsa, ancora
bagnate dopo aver fatto l'amore in macchina. "Corri
a casa, corri", gli aveva chiesto implorante,
mentre si strusciava sul suo fianco. E lui guidava
immobile, se non per la mano che andava e veniva
quando poteva tra le gambe di lei, tra la pelle
ormai fradicia, tra pelo e carne e stoffa e ganci
di metallo delle calze. Lei si strusciava e si
staccava solo quando li sorpassava qualche camion.
"Corri, quanto manca?" chiedeva Lidia
ormai con la voce strozzata. "Poco, pochissimo",
ripeteva lui in trance, il membro duro fuori dai
jeans. Lidia aveva aperto piano la lampo, lo aveva
cercato con le piccole dita tra la stoffa. Lo
aveva tirato fuori, nascosto sotto la camicia,
accarezzato piano. Non sapeva se continuare, pronta
a riparare il seme prepotente tra il cotone bianco
della camicia, o lasciarlo andare ogni tanto.
"Corri", lo implorava, "corri..."
Sul treno Lidia cambiò posizione. Accavallò
l'altra gamba, si girò verso il finestrino,
sbirciò il ragazzone che ormai la puntava.
Le calze spuntarono dalla gonna, lei non badò
più alle gambe che si scoprivano. "Fai
quello che vuoi", si disse, "mi sento
così piena che di te non m'interessa nulla..."
Guardò fuori, nel buio della notte. Era
già buio quando si era rivestita sul letto
di lui. Guarda come faccio, come fa una donna,
gli aveva chiesto. E’ un gioco. E si era
infilata la gonna di pelle, la maglietta aderente
color acqua sui seni ancora dalla punta rigida,
dolorante. Il giacchetto dello stesso colore,
sulle braccia che scottavano. Guarda, lo incoraggiava
alzando poi la pelle nera della gonna sulle cosce
nude. Il sesso nero, bagnato e aperto sembrava
una conchiglia violata. La carne che spuntava
rossa, come una seconda bocca spalancata. Poi
lei prese una delle calze gettate sul letto. L'arrotolò
piano, appoggiando poi l'inizio sulla punta del
piede. La srotolava lentamente, centimetro dopo
centimetro, facendo scivolare il nylon sulla pelle
della caviglia, dello stinco, del ginocchio, della
coscia. Fino all'inguine.
E poi la seconda, con la stessa lentezza. Lui
la guardava ipnotizzato, appoggiato su un braccio,
il membro che veniva percorso da ondate che lo
muovevano.
Lidia prese il reggicalze. Se lo annodò
dietro la vita, carezzandosi i fianchi. "Allacciamelo",
gli intimò, che sentiva di nuovo che aveva
voglia. Lui le circondò le spalle, da sotto
le braccia, le strinse i seni, la gettò
a faccia in giù sul letto, spogliandola
di nuovo.
Alla fine, il liquido bianco che colava caldo
sulla pelle tra le gambe, e lui le chiese di non
asciugarsi. Si staccò da lei, cominciò
a intingere le dita nella materia che si stava
raffreddando. La punta del dito prima nel liquido
di lui, poi tra le labbra di lei. Lei succhiava
come per mangiare, per nutrirsi, per vivere e
sopravvivere.
Forse un uomo deve essere così, lasciarla
andare e richiederla ogni momento, si disse Lidia
tornando a casa.