Eccola,
bellissima. Viene avanti che pare quasi che danzi.
Avanti.
Un passo dopo l'altro. Lenta.
Con quel vestito azzurro stretto stretto. Che
sembra le sia stato dipinto addosso.
Che le si vedono le curve dei glutei che salgono
e scendono come due stantuffi di un motore e le
bocce tonde dei seni spinti da sotto e strizzati
di lato per farli trasbordare dalla scollatura,
che sembrano un fiume in piena durante un'alluvione.
Con quel suo modo di muoversi che pare una bambina
viziosa. Si mette un dito in bocca, lo fa scivolare
tra le labbra socchiuse. Due labbra che sembrano
due lamponi tanto sono rosse e polpose. Che ti
verrebbe voglia di morderle fino a farne uscire
il succo. Morderle e inghiottirle. Tutte. Ecco
la lingua. Ecco che se la passa sul dito, lentamente.
Che vorrei essere io quel dito, vorrei. Mi lascerei
leccare tutto, mi infilerei dentro quella bocca
grande, più grande di tutta la voglia che
mi cresce dentro quando fa così.
Socchiude gli occhi, adesso. Lo so cosa vuole.
Vuole farmi morire. Lo sa che non resisto, così.
Si piega in avanti, appoggia i palmi sulle ginocchia.
Ecco, lì in mezzo vorrei stare, in quella
piega di carne che separa quei due mondi di piacere.
Tondi, morbidi, bianchi. Che sembrano fatti di
panna montata, di nuvole, di fiocchi di neve.
Guarda com'è profonda. Deve essere così
comoda e calda. Dai, adesso comincia. Cosa aspetti?
Getta indietro la testa, scuote i capelli, così
biondi che luccicano. Che sembrano stati filati
uno ad uno con fili d'oro zecchino. Guardala.
Lascia che una ciocca le si fermi tra le labbra,
poi la scosta con una mano e lascia che questa
scivoli lungo il collo (così lungo che
pare quello di un cigno). Indugia sui seni, scende
ancora. Ancora, dai. Sì, tra le gambe.
Solleva il bordo della gonna. Solo quel tanto
che basta per far vedere il pelo. Mi fa impazzire.
Impazzire. Adesso mi volta le spalle e intanto
cammina in là. Si allontana, ma solo un
pò. Mica va via. Porta le mani sui fianchi
e comincia.
Oddio, adesso comincia a ondeggiare. E intanto
con le dita afferra la stoffa del vestito. La
solleva un po', piano, sempre di più. Ancora.
Si cominciano a scorgere le due curve simmetriche
dei glutei, poi il taglio centrale. Sempre di
più. Ancora. Eccolo, tutto scoperto. Tutto
tondo. Perfetto, con il filo del tanga che scompare
nel mezzo.
Anche quello vorrei essere. Vorrei scomparire
là dentro come fa lui. Soffocare in quella
carne. Che bella morte sarebbe.
Ecco, si piega in avanti per farlo ancora più
tondo. Me lo sbatte davanti come fosse il vessillo
vittorioso di una battaglia.
Sì che hai vinto, lo sai che con me vinci
sempre tu. Adesso girati ancora, dai. Ecco, così.
Una spallina, dai.
Improvvisamente ho voglia di fragola.
Giù l'altra. Splendida. Adesso le plastiche
rotondità dei seni sono libere, vive, frementi.
Come è giusto che sia.
Le prende tra le mani, le schiaccia tra le dita,
le accarezza voluttuosamente.
I capezzoli, come si sono fatti grossi. Duri e
dritti come soldatini. Sembra voglia staccarseli
di dosso.
Giù il vestito. Via tutto.
Panna. Sì, panna e nuvole e fiocchi di
neve. Tutto questo insieme. E lamponi anche.
Solo il tanga adesso. Ma è così
piccolo. Un triangolino di stoffa perso in una
montagna di neve.
Poi lo scosta leggermente, solleva la gamba. Il
pelo è così corto che si vede proprio
bene. Com'è rosa. Tutto rosa. Una polpa.
La lingua, vorrei mettercela tutta. Farla sparire
là dentro. Se anche non la riavrò
indietro, non importa. Gliela lascio, purché
la tenga sempre là dentro. Per sempre.
La apre. Scosta i petali rosa che sembrano ali
di farfalla. Una farfalla enorme. E dolce anche.
Come deve essere dolce.
Un dito, poi due, tre. Si, muovili bene, lo so
che ti piace. E anche a me piace. Grida, dai.
Fammi sentire quanto ti piace.
Poi abbassa anche il tanga. Lo rialza come per
rimetterselo, lo abbassa di nuovo.
Dio, che tormento.
Poi avanti. Allarga le gambe, si piega sulle ginocchia.
È lì, ferma ad un passo. Così
vicina che ne sento l'odore. Profumo di ambrosia,
di bosco, di mare.
Mi mette i seni davanti agli occhi che pare che
me li voglia infilzare con quei capezzoli duri.
Poi si volta ancora. È qui davanti, il
suo culo mi sovrasta. È così vicina
che improvvisamente ho voglia di frugola.
Potrei infilarci il naso in quel triangolo vuoto
che formano le sue cosce. Bianche, anche quelle.
E piene. E sode.
Adesso vieni. Avanti, così. Sì,
vieni. Sei mia adesso. Tutta mia.
Eccola, viene verso di me. Adesso è mia.
La sua bocca... si... il suo sesso... mio, adesso...
si...
Gocce di sudore gli imperlano la fronte stempiata.
Corrono lungo il collo grassoccio, s'insinuano
nello collo e muoiono dilatandosi in una bolla
scura sulla stoffa della camicia.
Con una mano tiene il turgido rigonfiamento della
sua bramosia, compresso tra la ben più
imponente protuberanza del suo ventre e le cosce
adipose, mentre con l'altra tamburella nervosamente
sul tavolino. Tende un braccio verso la ballerina
e le infila un foglio da cinquanta euro nello
slip.
Appena in tempo. Si accendono le luci, la musica
si ferma. Lo spettacolo è finito.
Si passa un fazzoletto sulla fronte, si aggiusta
i pantaloni cercando di dissimulare le macchie
di piacere sprecato che gli sono spuntate all'inguine,
tra le gambe. Ingolla l'ultimo sorso di whisky
rimasto in fondo al bicchiere di fronte a lui,
paga il conto al cameriere ed esce dal locale.
Perdendosi nel buio di un vicolo.
Le quattro. Ancora due ore in compagnia della
sua solitudine. Poi sarà ancora una volta
l'alba.