Era
una leggenda, l'unico gondoliere donna. Era uscita
su tutti i giornali, aveva fatto il giro del mondo,
il primo gondoliere in gonnella. Nessuno sapeva
da dove venisse e come ci fosse riuscita e, prima
che la categoria se ne rendesse conto, lei era
sulla sua bella gondola lucida a caccia di turisti.
I veneziani la guardavano attoniti, scuotendo
la testa, era inaccettabile che una donna facesse
il gondoliere, non s'era mai vista una cosa del
genere, e non era neanche veneziana, era uno scandalo!
Il primo mese si era vestita come loro, con i
pantaloni blu e la maglietta a strisce bianche
e rosse, aveva anche nascosto la treccia dentro
il cappello e non si capiva subito che era una
donna. Ma i turisti la cercavano, sapevano che
c'era una gondoliera, una sola, e appena la trovavano
lanciavano dei gridolini e volevano salire tutti
sulla sua gondola. Era anche per questo che i
maschi erano incazzati, una donna che gli rubava
il lavoro, una straniera. Fecero di tutto per
farla smettere, insulti e minacce, ma fu inutile.
Ogni mattina lei era lì, prima degli altri,
sulla gondola lavata e lucidata, splendente, e
sorrideva sempre, anche quando la trattavano malissimo
e la mandavano affanculo in dialetto davanti ai
turisti. Lei continuava a cantare o a raccontare
storie e rispondeva con un bacio, da gondola a
gondola, ma si sentiva male. Dopo la prima settimana
di insulti, di prese in giro e di cattiverie decise
che se doveva combattere una guerra l'avrebbe
fatto con le armi giuste, le sue. Fece le prove
di notte, girando per i canali deserti e bui,
con i palazzi che facevano un po' paura per quanto
erano maestosi e antichi, provò le manovre
più difficili per vedere se riusciva a
guidare la gondola senza sbandare. Si esercitò
per un mese e la notte in cui decise che era pronta
uscì in laguna e l'acqua era d'argento
con la luna che ci si specchiava dentro e Venezia
dormiva. Lei remava e sorrideva pensando alle
facce che avrebbero fatto quelli là l'indomani
mattina. I primi che la videro pensarono di stare
sognando, sperarono di essere ancora a letto e
che quello fosse un incubo. I turisti pensarono
che fosse un miraggio, un angelo biondo con il
corpo di una pin-up che attraversava i canali
con la gonna plissettata blu che svolazzava sopra
il ginocchio, un cinturone nero con la fibbia
a forma di leone alato, la maglietta aderente
a strisce bianche e rosa, gli stivali beige di
camoscio leggero, il cappello di paglia con un
nastro rosa calato sugli occhi azzurri e la treccia
bionda che danzava al ritmo delle onde. Lei guardava
davanti a sé, sorridendo ai turisti che
battevano le mani e cercando di non guardare le
facce degli altri gondolieri trasformati dalla
rabbia in maschere cattive. Una sera, mentre tornava
a casa, uno di loro la speronò e la fece
cadere nel canale. E la leggenda dice che sia
uscita dal canale come una sirena, bagnata e furente,
e sia andata in uno dei locali dove si riunivano
i gondolieri, quello più fumoso e affollato.
E lui, quello che l'aveva speronata era lì
che raccontava quanto aveva fatto e rideva, rideva
come un pazzo dicendo che per poco la troia non
annegava e anche gli altri ridevano e bevevano
e urlavano "bene, bravo". Lei entrò
lentamente, zuppa e con una faccia che faceva
paura, e gli ruppe il setto nasale con una testata.
Non rideva più nessuno e stavano zitti,
lei li guardò tutti, uno per uno e se ne
andò. E dall'indomani non sorrise più,
non mandò più baci da gondola a
gondola, faceva come se non esistessero e loro
si sentivano male. Dopo una settimana trovò
un bigliettino nella gondola, la invitavano a
bere, dopo il lavoro, nel posto del naso rotto.
Lei arrivò con un enorme fascio di rose
bianche e ne diede una a ognuno, con la faccia
seria, la treccia bionda su una spalla e gli occhi
azzurri che sorridevano. Diventò la loro
mascotte, era il loro tesoro e guai a chi gliela
toccava. La amavano tutti, qualcuno le chiese
di sposarla, ma lei rifiutava sempre e la sera
tornava a casa da sola. E aspettava. Amava quel
lavoro, i canali e il loro profumo, il rumore
del remo che accarezzava l'acqua e il vento sulla
faccia. E spiare le coppie che si baciavano e
si accarezzavano nei canali più bui e solitari,
vedeva le mani che frugavano sotto i vestiti leggeri,
o sotto le coperte d'inverno, la pelle nuda che
rabbrividiva alle carezze, sentiva i sospiri,
i gemiti. Li spiava mentre facevano l'amore in
silenzio, davanti a lei, sapendo che lei li guardava,
che vedeva tutto e sapeva che loro sapevano e
tornava a casa con le mutande bagnate. E aspettava.
Una volta portò in giro una coppia di fidanzate
che cominciarono ad accarezzarsi guardandola e
sorridendo. Lei faceva finta di niente, protetta
dal cappello calato sugli occhi ma quelle due
sapevano benissimo che non le sfuggiva il più
piccolo movimento. Non riusciva a staccare gli
occhi dalle labbra rosse sui seni bianchi, la
lingua umida sui capezzoli duri, le mani ingorde
che si muovevano lente sui fianchi, tra le gambe,
e i baci lunghi e osceni. A un certo punto una
delle due le fece un cenno, un invito, la guardava
con gli occhi liquidi e le labbra socchiuse, sorridendole
come un demonio. Ma lei scosse la testa e si calò
il cappello ancora di più sugli occhi.
Quella fece una risatina e continuò nella
sua occupazione. Era la sera della vigilia di
ferragosto quando lui le chiese di fare un giro
molto lungo e molto lento. Abito blu, camicia
bianca e cravatta blu, rossa e oro con il nodo
leggermente allentato, scarpe da 400 euro e ventiquattrore
firmata. Spettinato e con la barba lunga, occhi
nerissimi e bocca da bambino imbronciato. Si mise
nella poltrona di fronte a lei e all'inizio si
guardò intorno, poi cominciò a studiarla.
Lei gli sorrise ma quello non ricambiò,
rimase serio e distolse lo sguardo. Anche lei
distolse lo sguardo e cominciò a pensare
ai fatti suoi. Ma dopo un po' le antenne iniziarono
a vibrarle, lui aveva ricominciato a fissarla
e ad accarezzarsi la patta dei pantaloni. Senza
mai smettere di guardarla aprì la cerniera
e tirò fuori il cazzo duro e cominciò
a farsi una sega davanti a lei senza fiatare.
Si masturbava lentamente, come se volesse che
durasse tanto, lei guardava incantata il movimento
della mano e automaticamente rallentò il
ritmo della vogata. Aveva le mutande in fiamme
e la bocca secca. Andavano pianissimo tra i canali
silenziosi e bui, si vedeva soltanto la lucina
rossa della gondola che scivolava sull'acqua senza
fare quasi rumore. Fissava ipnotizzata la mano
che andava su e giù, e cercava di accordare
al movimento lento e costante quello del remo.
Lui accelerò e il remo si tuffò
nell'acqua un po' più velocemente, ma quando
il ritmo della mano sul cazzo lucido diventò
spasmodico lei rallentò quasi a fermarsi,
per non fare rumore. E a un tratto lui fece un
respiro pesante senza smettere di fissarla, e
lei capì che il giro era finito. Lui prese
un fazzoletto dalla tasca della giacca e si pulì
la mano, si ricompose e smise di guardarla. Le
diede esattamente il doppio di quanto gli aveva
chiesto e sparì tra la folla di turisti.
Lei ci ripensò tutte le notti prima di
dormire e lo sognò tutte le notti, e appena
arrivava alla scena in cui lui veniva mentre la
guardava veniva anche lei. Lo rivide il 14 del
mese successivo e lui le chiese di fare un giro
lungo e lento. E successe di nuovo, esattamente
come la prima volta, lui cominciò a guardarla
e a masturbarsi lentamente, e venne. E ogni 14
del mese ritornava e ripeteva la stessa scena
davanti a lei, anche quando era freddo, sotto
la coperta che trovava sulla gondola e che si
metteva sulle spalle. E alla fine la pagava il
doppio. Lei adesso indossava l'uniforme invernale,
uguale a quella estiva ma più pesante,
e sotto la gonna blu metteva le autoreggenti.
Poi una sera di nebbia, dopo averla pagata, parlò.
«Come mai porta la gonna?»
«Non le piace?»
«Si molto, ma pensavo che i pantaloni fossero
più comodi per un lavoro come il suo.»
«Non per me.»
Capisco. Indossa sempre le mutande sotto la gonna?»
No.»
«E oggi?»
«Sì.»
«Potrebbe non indossarle il 14 del prossimo
mese, per favore?
«Si»
«E anche il reggiseno... si, se potesse
evitare di metterlo.»
«Buona sera» e sparì tra la
folla.
E il 14 del mese successivo lo aspettò
con la sua bella gonna blu plissettata e la maglietta
aderente a strisce rosa e bianche e il cappello
di paglia con la fascia rosa e la treccia bionda,
le autoreggenti e niente mutande e reggiseno.
E le batteva forte il cuore, aveva le mani sudate
e la bocca secca, e gli occhi azzurri che brillavano.
Rifiutava i clienti sorridendo, ripetendo come
una cantilena che era prenotata, alla fine lui
arrivò, e salì sulla gondola senza
dire una parola. Lei lo portò in un rio
stretto e buio protetto dai palazzi antichi e
preziosi, la lucetta rossa della gondola avanzava
lenta e lo sciabordio del remo dentro l'acqua
si sentiva appena.
«Si fermi, per favore.»
Il cuore le fece un capitombolo. Si fermò.
«Potrebbe sollevare la maglietta? Non completamente,
per favore, solo fino all'attaccatura del seno.»
La guardava negli occhi e la sua voce la stordiva.
Lo guardò in faccia, ma c'era la nebbia
ed era buio e non riuscì a vedere l'espressione
dei suoi occhi. Tirò su la maglietta, fino
a scoprire appena l'attaccatura del seno. Lui
sospirò.
«Grazie. Potrebbe sollevare i lembi della
gonna e fissarli alla cintura? Complimenti, è
una cintura molto bella... li sollevi lateralmente,
per favore.»
Lei rimase un attimo immobile, poi sollevò
prima la parte destra, e poi quella sinistra,
il vento sfiorò le autoreggenti e la pelle
nuda sopra il bordo di raso e lei rabbrividì.
Lui sospirò di nuovo.
«Grazie» e si tirò giù
la lampo. Lei cercava di frugare con gli occhi
ma non vedeva nulla, intuì il cazzo duro
che veniva fuori dalla patta e la mano di lui
che cominciava ad accarezzarlo. E si sentiva i
suoi occhi addosso, cappello, treccia, maglietta,
pelle nuda, gonna, le cosce e le autoreggenti,
pelle nuda, stivali, mani sul remo. E poi lo sguardo
tornava su e lui ricominciava a berla con gli
occhi. E senza rendersi conto di quello che stava
facendo, si ritrovò con una mano tra le
gambe, e le dita andavano alla stessa velocità
della mano di lui, e lui respirava pesante e lei
anche. E le tremavano le gambe, e si spaventava
di cadere in acqua, voleva chiudere gli occhi
ma non riusciva a smettere di guardare la mano
che andava su e giù. E a un certo punto
pensò a quella mano sotto la sua gonna,
tra le sue gambe, e venne con un singhiozzo e
gli occhi sbarrati.
«Adesso» gli disse «adesso!»
E intravide il fiotto lattiginoso schizzare sulla
mano e sul cazzo duro.
Lei si abbassò la maglietta e i lembi della
gonna, si sistemò il cappello e la treccia,
lui si pulì col fazzoletto immacolato e
si chiuse i pantaloni. Lei lo riportò indietro
canticchiando, con le guance rosse e le mani che
le tremavano leggermente, lui si guardò
intorno rilassato.
La pagò di nuovo il doppio e prima di sparire
tra la folla le sorrise.
E ogni 14 del mese lei indossò la sua bella
gonna blu a pieghe e la maglietta a strisce rosa
e bianche e il cappello di paglia con la fascia
rosa, le autoreggenti d'inverno e niente mutande
e reggiseno. E lui la pagava sempre il doppio
e sorridendole le dava appuntamento al mese successivo.