Racconti Erotici - Rasata e scopata
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Rasata e scopata
Hai preso le manette, nel cassette della mia biancheria. Un regalo di un nostro amico, di ritorno dalla Thailandia. Hai preso la benda, nera. Io guardavo il soffitto, rapita solo dai rumori. Portavo una camicia da notte corta, bianca e trasparente, un po' stile anni '50. Sentivo quel rumore inconfondibile del legno e della maniglia d'ottone, il cassetto che andava e veniva. La schiena appoggiata ai due cuscini sovrapposti, le gambe leggermente divaricate, sotto la mia pancia nuda, e il sesso che cominciava ad inumidirsi, al solo suono dei preparativi. Le mie braccia sollevate in alto, che mi stendevano sulla spalliera del letto, immaginando già di essere bloccate, la pelle che rabbrividiva.
Giochiamo, mi avevi proposto. Giochiamo che ti lavo, ti pulisco, ti faccio diventare la pelle come quella di una bambina, liscia bianca e immacolata, senza i piccoli ricci neri che iniziavano dall'inguine. Giochiamo, ho accettato. Sentivo il rumore sommesso degli arnesi che servono in questi casi, e in mente mi arrivava l'immagine della sala del barbiere. Quell’attenzione che lui metteva nel rasare il volto dei clienti, la cura dolce, pur da un uomo su un altro uomo, nell'insaponare guance, e collo, e far volare sulla pelle le mani, soavi, e una lama che brilla, ogni tanto colpita dalla luce della porta finestra. Mi fermavo spesso a guardare quella specie di carezza da uomo ad uomo, e me la sentivo fra le cosce, come una carezza a me, alla mia pelle, al mio ventre ricciuto e folto, un avanti e indietro tra sesso e glutei, e mi bagnavo.
Hai sistemato tutto sulla cassettiera accanto al letto, in silenzio, assorto. Avvertivo la tua precisione, la tua concentrazione nel fare anche quei gesti, senza lasciarti andare all’emozione.
Mi hai bloccato i polsi avvolgendoli con le manette che si sono aperte docilmente, come le mie mani, arrese, e dai polsi una saetta di piacere fra le cosce. Poi, sorridendo con un brillio negli occhi, che mi facevano già immaginare cosa sarebbe accaduto, hai preso la stoffa nera e vellutata e me l’hai avvolta sugli occhi, legandola dietro la mia testa. Buio, buio ma un inizio d'immagini solo nella mia mente. Come nel buio di una sala di cinema.
Potevo ancora sentire i rumori, ma li avvertivo lontani. In me era iniziato uno spettacolo, solo per me spettatrice privilegiata.
Mi sentivo in una sala cinematografica, lontana. Ero bambina, dodici anni forse, al cinema parrocchiale coi nonni. Accanto a me un signore dal viso indecifrabile, assorto nel puntare con lo sguardo lo schermo, il cappotto appoggiato sulle lunghe ginocchia. A film iniziato mi sento sfiorare il ginocchio nelle calze di lana. II tocco leggero insiste, ho un soprassalto nel cuore, i miei piccoli seni che già si vedevano, di profilo, rabbrividiscono disegnandosi meglio sotto alla maglietta di lana, bianca. Insiste ancora. La carezza prosegue, dal ginocchio arriva alla coscia, le dita si insinuano sotto i bordi della gonna scozzese. Io sono immobile, ferma, solo ad ascoltare il tum tum tum del cuore, che mi sta per scoppiare. La carezza cammina, come un ragno che sta per avvolgere la preda nella ragnatela. La mano sale e scende, un gioco. Dal ginocchio alla coscia, e poi oltre, all'attaccatura dell'inguine, e poi riscende, come per anticipare una meta e lasciarla solo intuire. Le dita strusciano sulla stoffa grezza e ruvida delle calze da bambina, lana invernale, spessa, ma la pelle ora è come se fosse nuda. Brucia, scotta. Le dita che mi sembrano arrivare in gola, soffocarmi, arrivano tra le gambe. Un dito, un dito solo, la sua punta, tocca per un momento al centro. Un attimo. Ho la sensazione di uno scorrere di lava tra le cosce.
Con le tue mani che appena mi toccano inizi a coprirmi tra le gambe di schiuma bianca, impalpabile, fredda. La stendi anche lungo 1'interne delle cosce. II mio sesso si apre, la mia vulva una conchiglia, appena toccata rabbrividisce, si allarga come quei frutti di mare spalancati e offerti.
Sento uno sfiorare continuo, come quando sono distesa al sole, sulla sabbia, gli occhi chiusi e il vento marino che ogni tanto passa, sollevando qualche spruzzo d'acqua e sabbia. Non faccio resistenza, cerco solo di ascoltare con la pelle e i sensi, capire cosa stai facendo.
Continui a massaggiare la mia pelle, come a far assorbire la schiuma. Il tocco, su alcune parti, tra la carne bollente delle cosce, in quel lungo passaggio tra sesso e natiche, quella zona d'ombra che sembra un ponte tra piaceri diversi, e insistente.
Non parlo, ma cerco di controllare i respiri che diventano affannosi. Le mani bloccate mi fanno immaginare violenze che so non ci saranno, ma non serve. Così, con le mani tue che mi sfiorano e si preparano, solo così sento il piacere che non controllo, che scende come fiume bollente di lava dalla bocca alla gola al petto che ansima, alla pancia nuda sotto la stoffa trasparente sollevata, le gambe aperte offerte indifese.
Sollevi ancora un po' la camicia da notte, sento che la arrotoli sotto i miei seni, mi senti che tremo. Appoggi allora la punta del tuo dito sulle labbra, spingi fino ad aprire la bocca già socchiusa. Io bevo, succhio, avvolgo con la lingua quella zattera, quel tronco della salvezza, quel contatto con te, carnefice e conquistatore. Unico contatto, tu lo strappi dalla mia bocca che ancora ti cerco, l'ultimo sfiorare rapido della mia lingua sulla tua pelle, le mie labbra si asciugano subito, bevono la saliva che mi è rimasta sulla pelle rosa.
Poi sento che ti alzi dal letto, afferri qualcosa sul ripiano vicino a me. Ti siedi di nuovo.
Il freddo metallico, di quella che credo sia una lama, struscia veloce tra le cosce. Un'altra volta. Un'altra volta ancora. Un andare avanti e indietro insistente, ritmato, preciso. Ad ogni colpo di lama sento il freddo dell’aria che mi carezza la pelle, scoperta dalla schiuma. Dopo due o tre viaggi sulla mia pelle, tu immergi la lama nella coppa piena d'acqua calda che avevi messo sul ripiano. La scuoti appena. Sento il tintinnare dell'acciaio contro il cristallo della coppa, e so che dopo, subito dopo, quella lama pulita e ghiacciata si appoggerà di nuovo sulla mia carne, sulla pelle che già rabbrividisce. Le labbra del mio sesso sono spalancate, umide. Tu con tocco leggero le asciughi con un batuffolo di cotone, e lo strusciare ruvido dell'ovatta mi fa aprire ancora più le gambe, gemere e scendere col bacino in avanti. Le tue dita asciutte mi aprono piano la pelle, la stendono per rasare meglio, per non inciampare nella carne che potrebbe ferirsi. Colpetti secchi, precisi, il gelo della lama, un disegno che immagino sotto la benda, una precisione chirurgica, la carezza sulla pelle, il silenzio interrotto dai miei sospiri, il tuo respiro regolare, 1'attenzione che fa presagire la perdizione, dopo.
Sento la carne tra ventre cosce e sesso ancora umida, fredda, pulita. La immagino bianca e morbida, velluto, da sotto la mia benda nera che mi scotta, mi brucia, come a disegnare i contorni del disegno. Tu devi aver preso un asciugamano, "non voglio che tu prenda freddo" dici con un tono tra amorevole e di cura per quella che sarà, tra poco, la tua preda, il tuo pasto, il regalo per un lavoro così accurato e preciso.
Ti apri i pantaloni piano. Sento lo scorrere della lampo, lento, come se vedessi la tua mano che sostiene la cinta di cuoio e 1'altra che apre la stoffa. Li sfili, li appoggi sul letto, sento il tintinnare della cinghia, avverto ancora il rumore di vestiti che vengono sfilati. Ho la camicia da notte arrotolata ancora, e tu con mani attente, la distendi piano, la allarghi come un ventaglio sul mio sesso, la tua mano passa aperta sulle labbra della vulva indifesa, un dito tocca piano tra di loro, senti che non devi aspettare. Sono pronta.
Le mie braccia, i miei polsi, le mie mani si tendono ancora più in alto, come appese ad un gancio inesistente ma fortissimo, immaginato solo da me. Un'offerta, la mia: nello stesso momento in cui circondi le mie caviglie con le mani grandi, io apro ancora di più le gambe, sollevo le cosce, alzo il bacino, ti offro da bere dalla mia vulva. Appoggi il viso tra la carne ormai pulita ma sensibile, dove la lama ha appena lavorato. La tua barba non fatta raschia la pelle bianca. La tua lingua aperta come la mano e bollente, passa inumidendo e bruciando la mia carne. E’ come passare su una ferita appena inferta, e ho un brivido, un sospiro, ti chiedo di fare presto, presto.
Ti sollevi, non ti vedo. Immagino il tuo pene enorme, lucente, la punta scoperta, umido, pronto, autoritario, prepotente. Mi arrendo e tu entri in me, in un solo colpo. Spingi con forza i tuoi fianchi contro i miei, incollando la tua pelle sulla mia. Inarco la schiena, vorrei che mi passassi da parte a parte, come una vittima sacrificale, come il premio del tuo lavoro ben fatto. Non mi muovo, non posso, non ci riesco. Ascolto solo il fiume bollente e ormai tenuto a stento che dilaga tra le mie gambe.

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