Marco
fa il giro delle stanze. Le ama, come un poeta
ama le sue poesie, come un pittore ama i suoi
quadri. Marco che non cerca una donna. Marco che
ha tentato il suicidio. Marco che ha studiato
architettura. Le stanze del club. Le ama maggiormente,
quando sono vuote. Sono più sue. La gente
che viene nel club non gli interessa. Non gli
interessano i loro desideri e i loro piaceri,
anche se tutto quello che ha creato è fatto
per i loro desideri e i loro piaceri. A lui non
interessa la gente, gli interessano gli oggetti,
le scenografie, le stoffe, le luci. Ecco la stanza
della tortura. Con gli anelli nel muro, e gli
anelli sospesi al soffitto, e le catene e le corde.
La croce di S. Andrea, proprio in centro. È
la prima cosa che vedi. E i cavalletti. Si avvicina
al ripiano di legno scuro, mette in ordine gli
attrezzi, le manette, le fruste. Il cane, il paddle,
il gatto a nove code. Da un lato, una lastra di
metallo scuro, che fa da specchio. Delle assi
grezze sono il letto, niente materasso, ma la
spalliera coi pomi in ferro, da cui pendono le
catene. Qui tra poco un Padrone crudele e avido
di gemiti di dolore legherà la sua schiava.
A Marco non importa. Lui carezza la seta nera
sulle assi di legno. Seta e raso, questo gli mette
i brividi, lo fa fremere. Gli abiti negli armadi,
da usare per le "scene". Le carezze
delle stoffe. La carezza lasciva del raso, la
carezza inquietante del velluto, la carezza perversa
del latex, la carezza falsamente ingenua del nylon.
La forma affusolata dei tacchi a spillo, la loro
aggressività sottile. Più in là
c'è la stanza “dell'harem”,
arredata all'orientale, stoffe di damasco ed oro,
velo impalpabile... Qui Marco ha creato l'ambientazione
per scene di eccitazione sessuale raffinata e
perversa. I frustini e i vibratori, le pinze per
i capezzoli, i membri artificiali, il dilatatore
anale. E poi c'è la prigione medievale.
E poi, il bordello. E poi la stanza rossa, tutta
ricoperta in pesante velluto, rosso dappertutto,
la moquette, il letto, le pareti. La stanza rossa,
dove... Marco sceglie anche le musiche. Le ascolta
quando è solo. Manowar, Depeche Mode. Ma
anche ritmi etnici, musica medievale. Clannad.
Waterboys. Genesis. Quando arrivano i soci del
club, scaglionati disciplinatamente in turni stabiliti,
Marco sparisce. Potrebbe guardare dai finti specchi
che ci sono in ogni stanza, ma non lo fa mai.
Non gli interessano i corpi nudi, i membri eretti
degli uomini eccitati, i seni protesi, offerti
delle donne, le loro fiche ben depilate o fittamente
ricoperte di peli. Per lui sono tutte uguali.
Intercambiabili. Superflue. Solo gli oggetti.
Solo quelli carezza, solo quelli ama. E quando
si masturba, pensa al corpo gelido e innocente
del manichino nella stanza Liberty, ai lunghi
guanti di raso nero sulle sue braccia. Ai suoi
capelli biondi. Ai suoi seni rotondi e indifferenti.
Al suo corpo chiuso, vergine, inviolabile. Il
manichino si chiama Lulù. Marco ne è
un po' innamorato. Le compra vestiti, la spoglia,
la riveste, la accarezza. Il suo ultimo regalo
per lei è ancora nel sacchetto del negozio
di lingerie particolare. Un corpino nero con le
stringhe, da lasciarle un po' slacciate sul seno.
Marco che non cerca una donna. Marco che ha tentato
il suicidio. Marco che ha studiato architettura.
Marco che non si droga più. Marco che scrive
poesie d'amore. Anna arriva col suo passo elastico,
elegante, veloce. Indossa un tailleur di lino
bianco-panna corto al ginocchio, che fa risaltare
l'abbronzatura leggera, appena un poco dorata.
Ha parcheggiato l'auto nel posteggio riservato.
Incrocia un uomo in completo grigio, che tiene
al guinzaglio un bellissimo cane lupo. Il cane
si ferma e l'uomo da uno strattone al guinzaglio,
per trascinarlo via. Anna sente la forza di quello
strattone come se si esercitasse sul suo collo.
Si passa la mano sinistra sulla nuca. Affascinata,
guarda il collare nero, il guinzaglio del cane
che si allontana. Massimo. Massimo le ha ordinato
di comprarne uno, di comprare un collare, per
lei, in un negozio di animali. "Deve essere
nero, semplice, senza borchie. E se ti chiedono
la taglia del cane, dirai che è per te".
È assurdo, naturalmente. Anna lo sa. A
volte si sente una pazza per il solo fatto di
starlo a sentire, e per il solo fatto di sentirsi
eccitata mentre legge le sue frasi. A volte, la
cosa le sembra solo divertente. A volte, ha un
po' paura, non sa perché. Si vede con un
collare nero, completamente nuda, camminare a
quattro zampe davanti a un uomo che la incita
sorridendo. L'uomo ha i contorni del viso imprecisati,
è un uomo e insieme tanti uomini, è
Massimo e... come nei sogni, ha in mano un frustino.
Anna sente una contrazione tra le cosce, una vampata
di calore si espande nel suo corpo. È sempre
così, quando immagina di essere una schiava,
una cagna. Come nei suoi sogni segreti. Come nelle
fantasie che, al sicuro dietro un nick, scambia
sulla tastiera del pc, nel buio di notti che non
hanno confine. L'uomo che le ha detto che le metterà
il collare e il guinzaglio, e la costringerà
a camminare nuda per lui, a leccargli gli stivali,
a farsi toccare, a farlo godere con la bocca,
in ginocchio, senza toccarlo, è anche lui
nascosto da un nick. Si chiama Massimo. Ogni notte,
Anna dice a se stessa che non entrerà nella
Rete. E ogni notte, quando invece si collega e
si trova davanti allo schermo, dice a se stessa
che non gli risponderà. La turba troppo,
quell'uomo. L'ha capita troppo profondamente,
fin dalle prime frasi, dai primi cauti contatti.
Sa esattamente cosa dirle, e quali risultati otterranno
le sue parole. Conosce la sua duplice natura,
la sua luce e la sua tenebra. La notte passata
le ha detto che tutto questo non gli basta più.
Ora lui vuole conoscerla fisicamente. Dominare
il suo cervello non è più sufficiente.
Ha voglia di frustarla, di lasciarle i segni.
"Ti legherò sul pavimento, nuda. Ti
lascerò lì tutta la notte. Ti benderò
e ti frugherò nelle parti più intime,
e non saprai dove e quando le esplorazioni avverranno.
Ti strizzerò i capezzoli finché
urlerai. Ti allargherò le natiche e ti
sodomizzerò col manico del mio frustino".
C'è uno sguardo perso negli occhi di Anna,
quando arriva alla porta dell'ascensore che sta
per chiudersi. L'uomo vicino a lei blocca la porta,
sorridendo. "Prego" Entrano. Stesso
piano. "Prego", ha detto sorridendo
e trattenendo la porta dell'ascensore come un
perfetto gentleman. Ora osserva il corpo minuto
ma morbido di Anna nell'impeccabile tailleur color
panna. L'ha vista altre volte qui, lavorano nella
stessa ditta ma in uffici diversi. È come
se un messaggio inquietante ed ambiguo emanasse
da lei, un segnale forte. Sarà forse la
piega delle labbra, appena all'ingiù, che
le da un'aria sofferta, come quella di una bambina
punita ingiustamente, sarà lo sguardo perso
come chi è tormentato da un pensiero, o
da un desiderio, o da un'ossessione. O la curva
delle sue gambe, del seno appena accennato come
quello di un'adolescente. Guardandola, Luca pensa
alla sconosciuta. È quasi sicuro che si
tratti della stessa persona. Nella foto che gli
ha mandato, è stata ben attenta a mettere
in ombra il volto. Ma con un programma di elaborazione
fotografica, passando sui toni chiari, i lineamenti
diventano abbastanza visibili, e i lineamenti
potrebbero benissimo essere i suoi. Non può
averne la certezza, ma qualcosa gli dice che è
lei, Anna. Luca, che le ha aperto con gentilezza
la porta dell'ascensore, ha voglia di strizzarle
i capezzoli sotto la stoffa chiara. Sente che
quegli occhi lo spingono ai più torbidi
pensieri e agli atti più indecenti col
loro sguardo dolce e chiaro. C'è altra
gente nell'ascensore, ma lui non "sente"
che lei. Ha voglia di bloccarla contro la parete
e infilarle una mano sotto le mutandine, di dirle
tutta la sua voglia di possederla, di farle del
male, di carezzarla, di usarla... Dominazione
mentale. Massimo le da degli ordini, e lei deve
eseguirli. È assurdo tutto questo, e Anna
lo sa ma non serve. Non serve, perché Anna
è anche "Delia", la slave di
Massimo. È questa la parte di lei che egli
reclama, che vuole come sua. All'inizio Anna credeva
che non avrebbe eseguito gli ordini, ma solo fatto
finta. Lo credeva. Ma è Delia che, oltre
a Massimo, insieme a Massimo, la costringe a farlo.
In ginocchio davanti allo specchio, le mutandine
abbassate. In ginocchio. È quello il tuo
posto. Abbassa le mutandine. Così. E ricorda
che ti vedo. Io sono là. Dietro lo specchio.
Voglio che dici ad alta voce: "Sono la schiava
di Massimo. Devi ripeterlo per dieci volte".
Dieci volte. Sì. Figuriamoci. Sono una
donna emancipata, ecco cosa dovrei ripetere dieci,
cento volte. Ho un ruolo da dirigente e ho già
compiuto quarant'anni. Non sono una ragazzina.
Non sono un'anormale. Non sono. Non sono. Non
sono, senza quella dimensione di me che Massimo
ha saputo raggiungere. Solo così io sono
intera. Solo così posso accettarmi davvero,
interamente. Perché Massimo ha ragione.
Quella che gli altri amano non è Anna.
Non è la vera Anna. Se manca Delia, Anna
non è una donna completa. E allora si.
Io sono la schiava di Massimo. Io sono la schiava
di Massimo. Io sono la schiava di Massimo. La
mia schiava. La mia cagna. Io voglio vederla.
Toccarla. Le darò la pass del club di Marco.
È là che voglio vederla. Nella stanza
rossa. Ho riguardato le foto. Si, è lei.
E’ lei. Deve essere lei. La sua schiena
ha voglia di frustate e di carezze. Sceglierò
un frustino sottile per la prima volta, per i
primi segni sulla sua pelle chiara. Urlerà.
E io non mi fermerò, perché è
questo che voglio, perché è questo
che vuole. Voglio vederla in ginocchio, leccare
i miei stivali, baciare le mani che l'hanno frustata.
Voglio pinzarle i seni con delle mollette, e prenderla
da dietro, mentre geme di dolore e di piacere.
Voglio possederla mentalmente e fisicamente. Non
voglio più aspettare. Questo è il
momento. Le darò la pass per il club di
Marco. Le ordinerò di venire. E lei verrà.
Verrà. "Ho paura". "Allora
non ci sentiremo più". Questo è
il momento, ha detto Massimo. Non vuole più
aspettare. Realtà e fantasia, come due
fiumi il cui corso a lungo si è snodato
senza contatto, nell'estraneità, devono
ora confluire insieme, intrecciare le loro acque
nel grande mare del desiderio. La cerebrale emozione
della mente e la carnale voglia del corpo devono
completarsi e riconoscersi. Insieme. Anna ha paura.
Tanta paura. Marco, Anna, Luca. Marco aspetta.
Lui è il creatore di un mondo sommerso,
un mondo dove i sogni più torbidi possono
entrare e uscire. Creatore di un Eden che accoglie
tutti, buio paradiso senza frutti proibiti. Marco
aspetta. Le stanze aspettano. Luca aspetta. E
Anna ha la chiave. È lei che ha il potere,
ora. Tutto il potere. Lei, la schiava.