Mentre
dormiva, scivolai fuori dal letto, ancora nuda,
e presi la sua divisa dalla sua borsa da lavoro.
Quella mattina aveva portato la borsa a casa perchè
aveva fatto gli straordinari in un'altra caserma.
Aveva lavorato per quattro giorni di fila, e i
miei ormoni stavano impazzendo, bisognosi di uno
sfogo. Ero ancora a letto, a masturbarmi quando
era entrata. Le avevo sorriso e avevo tolto le
coperte in modo che potesse vedere che mi stavo
toccando, stringendomi il seno.
«Dolcezza, sei veramente invitante, ma sono
stata sveglia tutta la notte a domare un incendio
e sono stravolta.» Si era lasciata cadere
sul nostro letto di fianco a me, sospirando, e
si era addormentata con ancora indosso la sua
uniforme da caserma nera con i bottoni bianchi.
Amavo il nostro letto. Lo amavamo entrambe. Tuttavia,
in quel momento, lo odiai per la sua troppa comodità.
Anche se lei era così stanca. Il mio povero
amore aveva lavorato così duramente. Così
aspettai. Fino a che non mi stancai. Fu dopo averla
lasciata dormire sei ore che scivolai nuda fuori
dal letto e indossai la sua divisa. All'inizio
ero semplicemente curiosa. Infilai il mio corpo
nudo nei pesanti pantaloni con le larghe bretelle
rosse e mi misi davanti allo specchio. I miei
capezzoli con i piercing erano stretti fra le
bretelle. Ne strinsi uno fino a farlo diventare
viola. Feci scivolare le mie mani sotto le bretelle
e alzai i pantaloni fino a che non mi toccavano
in mezzo alle gambe, dove ero bagnata. Respirai
profondamente, il vivido pensiero del sesso che
si mischiava con i rimasugli affumicati del calore
e del sudore in un palazzo in fiamme. Indossai
anche gli stivali dell’uniforme e rientrai
nella stanza da letto. Misi il suo elmetto e feci
suonare la sveglia ad alto volume; era una cosa
crudele, ma lo era anche lasciare la tua ragazza
all'asciutto per quattro giorni. Sapevo che sentire
una sveglia avrebbe fatto scattare la sua adrenalina.
Si alzò di colpo dal letto e si guardò
intorno nella stanza senza luce, confusa e mezza
addormentata.
«Stai cercando queste?» le chiesi,
in piedi con il corridoio illuminato dal sole
alle spalle, tirando le bretelle dei pantaloni
al massimo e lasciandole andare, facendole schioccare
contro i miei seni.
«E’ stato veramente poco carino. Le
finte chiamate d'emergenza per incendi sono un
reato punibile» disse, strofinandosi gli
occhi con il retro dei polsi.
«Allora sculacciami. Legami con un manicotto
e sculacciami, O fai qualcos'altro con il manicotto.»
Mi guardò per un po' e si sistemò
i capelli con le mani. Sembrava un po' disorientata,
così rimasi ferma nel corridoio, appoggiando
la testa allo stipite in modo da far posare il
mio collo alla spalla, liscio ed esposto. Solo
il letto matrimoniale ci separava.
«Togliti la mia divisa.»
Non riuscivo a capire se fosse irritata o meno,
ma decisi comunque di rischiare.
«No. Toglimela tu.»
«Va bene. Lo farò io.»
«Prima prendimi.»
Saltò sul letto e strinse la mia vita con
entrambe le braccia mentre stavo cercando di uscire
dalla stanza. Mi tirò bruscamente sul materasso,
facendo cadere il suo elmetto. Qualcosa di duro
e appuntito mi premeva contro la gamba quando
si mise sopra di me.
«Oooh, cos'e quello?»
Tirò fuori uno strumento metallico da una
tasca dei pantaloni della sua uniforme. Sembrava
un gancio.
«Serve ad aprire gli idranti.» Lo
tenne in aria, e sopra vi si rifletterono i raggi
del sole che stavano entrando nella stanza.
«Vedi?» Lo abbassò e me lo
appoggiò al collo. «E’ un oggetto
molto importante. Lo uso in continuazione.»
Lo uso per sfilarmi le bretelle dalle spalle.
Mi misi a ridere.
«Ssshh! Non si ride. La prevenzione degli
incendi è un argomento serio. Impersonare
un vigile del fuoco è anch'esso un reato
punibile. Dovro toglierti questo equipaggiamento.»
Sfilò i pantaloni con il gancio fino a
che non si impigliarono agli stivali. Poi afferrò
gli stivali per i lati e sfilò via anche
quelli, e con essi anche i pantaloni, con un gesto
veloce. Si stava muovendo con una precisione e
una forza che mi faceva sentire eccitabile e nervosa.
Di solito non si comportava così, ma ovviamente
non l'avevo mai svegliata dopo che aveva passato
quattro giorni di fila a lavorare, indossando
la sua uniforme da lavoro. Mi chiedevo se le avesse
dato davvero fastidio che avessi toccato la sua
attrezzatura. Stavo sdraiata, immobile non sapendo
cosa sarebbe successo.
Si rimise lentamente sul letto e trascinò
l'attrezzo freddo e duro lungo il mio collo e
fra i miei capelli che erano sciolti intorno alla
mia testa. Il gancio mi graffiava la pelle, lasciando
lo stesso segno di un unghia. Lo fece scorrere
lentamente lungo il profilo delle mie labbra.
Sapeva di unto e ruggine. La tensione si trasformò
in eccitazione. Volevo succhiare il gancio, toccarlo
con la mia lingua. Volevo scaldarlo e renderlo
lucido. Inarcai indietro il collo e aprii le labbra.
Lei mi infilà il gancio in bocca, e vidi
i suoi occhi allargarsi mentre passavo la mia
lingua intorno alla curva argentata. Il sapore
era forte e acido. I segni di fuliggine sulla
sua fronte e intorno al collo le scivolavano sulla
pelle in rivoli grigi mentre perle di sudore comparivano
sulla sua fronte.
Si sbottonò l'uniforme e si sfilò
la camicia. Sotto aveva solo una maglietta bianca
e il reggiseno. I suoi capezzoli, sempre enormi,
erano duri, e definivano il profilo dei suoi piercing
argentati attraverso gli abiti. Le sue dita indurite
andavano su e giù fra le mie costole e
i miei seni, toccando i punti che mi facevano
tremare. Guardai i muscoli delle sue braccia flettersi
e distendersi con i suoi movimenti. Si abbassò
i pantaloni con una mano. Si mise la mia coscia
fra le gambe e iniziò a muoversi su di
me, respirando più velocemente, bagnandomi
la gamba.
«Vaselina.» Non l'aveva chiesta, aveva
semplicemente pronunciato la parola, come un ordine.
Allungai la mano dietro al mio cuscino e la tirai
fuori. Avrei obbedito a qualsiasi ordine a quel
punto, e lei lo sapeva, anche se non eravamo mai
state così prima.
Mi girò e tirò su la mia testa in
modo che le vedessi chiaramente la fica e il culo.
Il suo buco del culo era contratto e viola scuro,
la sua fica di un rosa brillante da quanto era
bagnata. Mi allungai, nonostante fosse sopra di
me, per sentire il suo odore e toccarle il clitoride
con la punta della mia lingua. Sapeva di pesca.
Allargò le gambe per farmela toccare più
facilmente. Sentii il coperchio della vaselina
aprirsi e poi il liquido bagnato cadere e venire
strofinato contro qualcosa. Pensai che fosse la
sua mano fino a che non sentii di nuovo il gancio
freddo e duro contro la mia fica.
«Non ti preoccupare. E’ il gancio.
Sono una professionista.»
«Non avrai intenzione di...
«Ssshh, so di riuscire ad aprirla se provo.»
Sapevo, o pensavo, che si sarebbe fermata se glielo
avessi chiesto, ma non mi rendevo esattamente
con to di cosa avrebbe fatto con il gancio per
l'idrante, e non ero neanche sicura di volere
che si fermasse. Pensai a quanto fosse largo e
rigido il manico dell'oggetto. No, non volevo
che si fermasse. Fece girare il gancio intorno
alla mia fica una, due volte, come se ci stesse
pensando su, e poi lo infilò dentro, facendolo
scivolare con forza e velocità. Gemetti,
e lo spazio intorno a me divenne scuro. Era troppo
grande, troppo duro, ma così bello. I suoi
denti strinsero il mio clitoride, mordendo abbastanza
da far male, ma non troppo, mentre mi spingeva
il gancio dentro e fuori. Strinse il pugno intorno
al manico, spingendolo fino in fondo, sbattendolo
contro la mia fica, facendolo girare dentro di
me.
«Più forte... è così
bello» ansimai, aprendo completamente le
gambe.
«Si. Più forte.»
Cercai la vaselina e mi ricoprii la mano fino
a che non era bagnata completamente. Le misi un
dito nel culo, facendolo passare a forza attraverso
il buco stretto e misi due dita dentro la sua
fica. Le sue cosce strinsero la mia mano, spingendo
le dita ancora più a fondo.
Le succhiai il clitoride, volendo berlo e ingoiarlo.
Il gancio entrava e usciva dal mio corpo, e dalla
mia bocca provenivano suoni che non avevo mai
sentito prima. Il gancio era come una estensione
della sua mano, cresciuto lì con duro lavoro,
come se si fosse esercitata a usarlo in questo
modo.
Lei ansimava, e io mi chiesi se mi potesse toccare
con quello. I miei fianchi si muovevano sempre
più velocemente.
«Fai più piano.»
«Sto per venire» gemei, cercando di
inarcarmi più lontano da lei.
«No. Non ancora.»
«Sto per venire. Non riesco a fermarmi.
Non riesco a fermarmi.»
Rallentò i suoi movimenti fino a una lenta
tortura.
«Chi comanda?» chiese.
Sapeva che mi piaceva quando mi faceva aspettare.
Sentiva il desiderio grande e disperato. Cresceva
dentro di me fino a che non potevo più
aspettare. Divenne una fiamma intensa che cercava
di bruciarmi le dita e i piedi come la carta tenuta
troppo vicina al fuoco, che poi si infiamma.
«Oh, cazzo» si lamentò. Il
suo fianco spingeva contro di me, e la sua fica
si irrigidiva intorno al mio dito mentre veniva.
Quando toccò a me, trattenni il respiro,
e un immagine mi si fece strada nella mente un
gigantesco idrante rosso, bloccato e arrugginito.
Lei ci lavorava con il suo gancio, lamentandosi
e sudando fino a che non si liberava uno getto
d'acqua, alto nel cielo, per poi cadere freddo
e con forza su un fuoco caldo e alto.